antonella 的个人资料Animula Vagula Blandula照片日志列表更多 工具 帮助

日志


7月30日

Pubblico Dominio & pari opportunità

 

L'esercito delle donne blogger

 

Articolo de la Repubblica di oggi, edizione on-line:
 
 
Non sarò una blogger professionista, ma essere
una donna è la mia professione da tutta la vita.
 
Cerco di svolgerla con impegno: osservo le mie
colleghe, tento di impare qualcosa da quelle da
cui credo di poterlo fare,  mi tengo aggiornata sulle
ultime novità e tendenze.
Ovvio che un articolo del genere suscitasse il mio
interesse, di certo non il mio stupore.
 
Io so che le donne scrivono. Ovviamente non tutte,
ma quelle più interessanti sì. Lo hanno sempre fatto.
Scrittrici e giornaliste ma anche attrici,
fotografe, registe, cantanti. Sì, scrivono anche loro: il
risultato dei lori sforzi e le loro biografie sono opere
da intel-legere.
 
Si dice però che il fenomeno blog contenga una novità
rilevante, tanto che quasi tutti i quotidiani e settimali
più importanti del paese hanno dedicato intere pagine
all'analisi di questo universo.
 
Sintetizzando, il nocciolo della questione, la presunta
novitàsembra essere che nella nella maggior parte
dei casi, a essere autrici e frequentatrici di questi
spazi virtuali, siano cosiddette "persone comuni".
 
Ma se c'è, è davvero questa la differenza? Mi permetto
di dissentire.
 
Nell'era pre-informatizzata le donne che non si esprimevano
in una dimensione pubblica  lo facevano comunque. E anche
se molte di loro non scrivevano, certamente pensavano e
soprattutto parlavano, per lo meno tra di loro.
 
A me pare che continuino a fare lo stesso, sebbene
utilizzando uno strumento diverso. E soprattutto, oggi
come ieri, nessuno è obbligato a prestare attenzione.
 
La facilità con cui si può acquisire un dominio internet o
anche solo creare e gestire un blog, non ha reso
pubblico quello che prima era privato.
Ha solo reso di pubblico dominio qualcosa che in realtà
era solo sconosciuto al resto del mondo, o volutamente
ignorato.
 
 
La vera differenza è che il volume di relazioni che è possibile
intrecciare tra quanti condividono lo stesso interesse è
enormente aumentato e che le società di marketing se ne
sono accorte, investendoci sopra fiumi di denaro.
 
E se ci sono delle astute signore che cavalcando l'onda
riescono a concludere affari, non mi stupisco; perché
conosco le donne.
Checchè se ne dica, non è difficile, basta osservare.
e forse grazie a internet anche gli
uomini, hanno pari opportunità.

 

7月29日

PROFUMIERA & FELICE*

 

 

Festa esclusiva in attico di via Libertà- il giorno
dopo: i fumi dell’alcool consegnano solo ricordi
sbiaditi.
 
Un figaccione assassino, spalmato a un muro, si
rivolge a me dicendo: “Ma questa festa è piena di
donne favolose.” Mi volto e con fare altezzoso
rispondo: “Lo puoi ben dire!” Giro i tacchi e vado via.
 
Scena numero due: circondata da quattro trentenni
che mi offrono da bere, mi invitano a cena e alla
prossima festa a casa di…, non trovo niente di meglio
da fare che congedarmi con una mirabolante citazione
in latino. Il (non-) più spavaldo della compagnia si
ferma inebetito.
 
Se un indizio non è prova, due indizi sono un sospetto.
E tanto basterebbe a un discreto osservatore per svelare
la mia vera identità e spedire dritto alla mia porta il
Tribunale della Santa Inquisizione Sociale.
 
Perché io, sono una Profumiera, almeno negli ultimi tempi,
una profumiera felice. Appartengo a quella schiatta di Streghe
Cattive che a differenza della matrigna di Biancaneve non
fanno mangiare la mela a nessuno.
 
Crimine odioso, empietà, sentenziano gli uomini. Mentre
donne comuni, pubblicamene ci denigrano e segretamente
ci ringraziano: smascherata la profumiera ed espostala al
pubblico ludibrio, sanno di avere una concorrente in meno.
E infatti solitamente sono loro, le donne comuni, le delatrici.
 
Per questo ogni profumiera che si rispetti, effonde la sua
essenza con discrezione, poco per volta.
Se lo scambio di aneddoti sessuali e/o affini al suo riguardo
procede troppo in fretta, ogni facoltà imbonitrice si annulla,
svanisce.
 
Ma se davvero dovrò perdere i miei poteri - sooner or later - lo
farò adesso e da eroina, proclamando la fede a cui non intendo
abiurare.
 
Confesso, di provare piacere nel farmi corteggiare da chi, fino
a quando puntavo tutto sull’intelligenza e pesavo 10 kili in
più, non l’avrebbe mai fatto, per poi mandarlo via in preda al
delirio ormonale.
 
Non che io sia una donna viziosa, per lo meno non in tal
senso. Piuttostocredo di essere impegnata in una missione 
moralizzatrice.
 
Se un belloccio presumibilmente potente, crede di potermi
conquistare ostentando ricchezza, giudicandomi di fatto una
sgualdrina, perché ciò che mi offre è in buona sostanza
vendermi, se la merita una profumiera che lo distrugga.
 
Se pensa di essere esentato vita natural durante, dallo sforzo
di cercare qualcosa di non stupido da dire per avviare una
conversazione, una risposta forbita è il più grande favore che gli
si possa fare: può capire di aver ancora tanto da imparare.
 
 
A chi mi dice che sarebbe più coerente evitare personaggi
siffatti e i luoghi in cui s’incontrano, piuttosto che cedere
alla tentazione e trasformarsi in “giustiziera del bello di
notte” , rispondo che anch’io ho le mie debolezze.
 
Per quanto profumiera, intellettualmente rimango una donna
onesta e ammetto di avere bisogno di incontri come questi
alle volte: datemi cento soggetti del genere in una stanza e
saprò di essere la più intelligente lì in mezzo. Sono vitamine
per il mio amor proprio.
 
A chi invece suggerisce comportamenti di segno opposto
(concedermi e farlo solo per me, andando via subito
dopo, come se nulla fosse o come se fossi io il maschio
stronzo), confido di averci provato.
 
O quasi: ne ho baciato uno una volta, per farlo stare zitto.
Non riuscivo più a sopportare il suono della sua voce mentre
diceva “quanto sei bella”, “sei stupenda” e frasi simili. Per dieci
secondi ha funzionato. Poi, sul “ma lo sai che baci benissimo?”
sono scappata… era decisamente troppo.
 
Il fatto è che io con questi imbecilli non ce la faccio davvero.
Me ne vado a casa, mi chiudo in camera e provo a leggere un
libro. Del resto, se proprio devo essere sincera, sai che tristezza
beccarne uno che decisamente non sa dove mettere le mani… lui.
 
* è un pò vecchio, ma ho trovato soltanto adesso un pò di tempo per finirlo o il coraggio di pubblicarlo.
Non sarò più profumiera ma intellettualmente non ha mai smesso di essere onesta.
6月30日

ADD-ICTED

 
 
Qualche giorno fa qualcuno mi ha mandato via mail
un invito ad unirmi (a essere add) alla sua lista di amici
on line, su facebook.
 
Per chi non lo sapesse, si tratta di un sito i cui utenti
hanno a disposizione una serie di pagine personali che
possono gestire a loro piacimento.
 
Tuttavia la cosa di gran lunga più importante sembra essere 
proprio la lista di amici. Non solo perché ognuno di loro può
verificare se in mezzo ai tuoi amici ci sono anche loro potenziali
amici da add-ere alla propria lista. Ma perché
più amici -virtuali- hai
più fico sei.
 
Sono una donna ottocentesca, io.
Fosse per me, comunicherei ancora con biglietti fatti portare
a casa dei destinatari da messi in livrea, come nei romanzi russi.
Ma coltivare fedelmente lo spirito di quel tempo, votato al progresso
tecnologico
e alle esplorazioni, non mi lasciava alternativa.

Come tradizione antropologica britannica prescrive mi sono
immersa
in quella comunità e se Malinosky piantava la tenda al
centro del villaggio, io ho lanciato il mio profilo nell'internet spazio
- con
foto, altrimenti non ti caga nessuno.
 
Ho modificato le mie pagine personali, cercato giochi, applicazioni
varie, mi sono unita a vari gruppi (seri e faceti), sono stata add da
alcuni e io stessa ho invitato altri
a farsi add-ere da me.
 
Al terzo giorno, non sarò resuscitata ma ho iniziato ad avere
l'impressione, che questo gioco di add e contro add, rischiava di rendermi
semplicemente add-icted: drogata
 
Tu chiamale se vuoi "reazioni", ma ho messo le dita sulla tastiera e sono
tornata al mio blog,
alle mie nugae, ai miei deliri.
Non saranno capolavori, non interesseranno a nessuno e mai nessuno
li leggerà, ma sono miei a si add-icono a me.
 

6月16日

Equazioni Esistenziali

 
 
Qualcuno intorno a me ha detto: - Il M'ama ha
cambiato gestione - e ho avuto paura.
 
Quel locale mi ha salvato la vita, penso, e soprattutto
il M'ama era "il M'ama" perché per entrare al M'ama
dovevi avere la tessera d'oro o la figa di platino.
 
Sprovvista di entrambe le cose, mi affidavo al 
principe della pashmina, un mio ex fidanzato,
il miglior ex che abbia mai avuto, nonché l'unico
uomo al mondo capace di indossare sciarpe ad
agosto e non sudare.
 
Lo chiamavo al cellulare dal ciglio della strada
dove mi lasciavano, disperata, dei buttafuori
(o "non introduci dentro") orchi e senza cuore.
E se i principi delle favole marciavano su 
cavalli bianchi, lui arrivava in groppa
alla sua Smart, sguainava la tessera come
un'alabarda e con semplice gesto della mano
la pulzella (io), con seguito di amiche, accedeva
al castello incantato.
 
Forse per questo, non mi aspettavo di trovarlo là
ieri sera: troppo facile.
 
Incerta sui risvolti edonistici dell'estate a venire
sorseggiavo rum & cola, dalla
solita postazione:
sdraiata sui cuscini mentre tutti gli altri ballano. 
Quando improvvisamente eccolo arrivare,
insolitamente spavaldo. Il principe della pashmina,
come ogni eroe che si sirispetti, mantiene
generalmente un misterioso riservo.
 
Mi siede accanto, fa finta di corteggiarmi (o sono
io che continuo a non capire), si scherza, si ride,
si beve. Come sempre.
 
E come sempre prepara sigarette di buon
tabacco.
 
Mi racconta del suo viaggio negli Stati Uniti.
E' l'unico uomo che conosco, che conosce la
differenza tra New York e Manhattan.
Infatti, mi parla di Manhattan, mica di 
New York. 
 
"Tutte le novità culturali del mondo vengono
da te e non sei tu che devi andarle a cercare...",
"se vuoi una cosa la compri..." e te la portano 
a casa, aggiungo.
"Niente macchina, cammini a piedi o in taxi."
Anche con la metro, dice lui, ma io lo vedo
già con l'autista.
 
E' il posto migliore in cui vivere, per quelli come
noi, conclude. E io trasalisco.
 
Distolgo lo sguardo lontano, oltre lo stretto.
Forse immagino di fuggire in luoghi sconosciuti, 
ma mi fermo sulla punta della costa: c'è ancora
l'ex pilone dell'Enel lì, illuminato. L'hanno tenuto
in piedi perché è un reperto di archeologia
industriale.
Non avremo avuto l'industria, ma i reperti
di ogni epoca, con relative illusioni, non ce li
siamo certo fatti mancare.
 
Ricordo la sensazione che ho provato la prima
volta che  osservai quella torre illuminata dalla
spiaggetta del M'ama: sollievo, liberazione.
Passavo le serate estive proprio lì, sotto il pilone
prima che tutto cambiasse.
Eppure non credo di essermi mai divertita, c'ero
solo abituata; non mi sembrava di avere
alternative.
.
 
No, non è stato il M'ama a salvarmi la vita, nè il
principe della pashmina, diciamo che tutto è
accaduto quando non poteva non accadere.
 
E se non vivo nella patria del più fottuto e fiero
individualismo, ma nel regno del corporativismo
di ogni sorta e di ogni tipo di consorteria, posso
non essere un'individualista e vivere dentro 
un'equazione:
 
 Lui = M'ama
 
 M'ama : Messina = Rockfeller Centrum : Manhattan
 
 Io + M'ama = Io + Manhattan
 
ovvero
 
 Io + Lui = Io + Manhattan
 
 
 
 
 
 
 
6月6日

Alter Ego

 
 
Internet point.
Scrivo le mie cose, la faccia incollata allo schermo.
Poi mi volto distrattamente e la vedo: il mio alter-ego,
io a 35/38 anni.
 
Faccia abbastanza vissuta e non troppo truccata: quel pò
che basta a non sentirsi una barbona.
 
Abbigliamento da viaggiatrice. Viaggia da sola, immagino,
so.
Le scarpe sono comode, ma pur sempre da donna e la
borsa, cosa davvero fondamentale, è ampia.
 
Fogli volanti - non taccuino - per appunti vergati a mano.
Quando inizia a scrivere non sa dove la porterà la penna
e ha bisogno di farlo così: su uno spazio bianco, senza un
verso che sia quello giusto perché qualcuno a già deciso
così.
Sa di poterli perdere da un momento all'altro, se non
sta attenta e le va bene.
 
Grafia elegante ma veloce
 
Un blog sullo schermo davanti a lei.
6月3日

Sex and the City - Our Movie: fotosintesi della serata

 
 
 
 
 
 
y1pGM05Tq8xSTndiDxjBUAfVHcUwFWrFaYhRZgtnpPRJIVN2o4KPTwXBZ5hG6qeLJdutXkOJ1l7Yla01sieeekUGmi965z-wDgr
 
 
 
 
 
Non c'è foto che possa sintetizzare meglio la serata. Lo dico a ragion veduta, ne ho fatte decine e alla fine la vincitrice è lei: tacchi  tremanti - il mio e quello della B.-san - prima dell'inizio del film.
 
 
P.S. se Mr Big è senza parole, qualcosa, almeno Lui, la fa...
 
6月1日

Se il Diavolo beve FORST

 

Se qualcuno mi chiedesse cos'è la festa di AddioPizzo,
potrei anche rispondere: l'evento mondano che inaugura
a Palermo la stagione estiva in versione radical
chic.
 
 
Dichiaro solennemente di non aspirare alla santificazione.
Dunque neanche alla sua premessa: il martirio, a cui immagino
di essere sottoposta dopo un' affermazione del genere.
 
Ma esordire con una provocazione (captatio malevolentiae)
mi era in qualche modo necessario.
 
Non è AddioPizzo l'oggetto critico di questo intervento, né
il movimento antimafia o i cittadini per bene.
 
Tutt'altro.
 
Da non palermitana, da"oriunda", ho imparato ad amare 
questa città perché qui, più che in qualsiasi altra parte del
meridione d'Italia, esiste - con tutti i suoi limiti, ma
esiste -  un dibbattito pubblico che ha permesso
la nascita di esperienze come quella AddioPizzo.
 
Per questo, mi stupisce che la parte migliore di questa
comunità non noti e se lo noti taccia, le contraddizioni
che un in-certo universo umano non è ancora riuscito
a sciogliere.
 
Non riesco a capire perché tante persone che fanno della
partecipazione ogni tipo di manifestazione pro legalità
un tratto essenziale della loro identità, non solo civile ma
addirittura personale, trovino normale rimpinguare, talvolta
nelle stesse occasioni, le casse di abusivi di ogni sorta. 
 
Suppongo che pagare una birra Forst 1 euro e 50 li aiuti
a non sentirsi figli della tanto vituperata Palermo bene.
 
Personalmente, non posso fare a meno di chiedermi chi
conceda in certe piazze di questa città "autorizzazioni
necessarie" al commercio e che evidentemente non sono
quelle comunali.
 
In uno dei dibattiti organizzati proprio in occasione della
festa di AddioPizzo, Lirio Abbate ha detto parole che
desideravo ascoltare da mesi.
 
Tra le altre cose, invitava chi lo ascoltava a non prendere
parte ai festini illegali organizzati ogni fine settimana in
una nota piazza della città.
 
Raccontava di un accoltellamento, dalla matrice abbastanza 
ovvia, avvenuto recentemente e in pieno giorno proprio in
quel posto. 
Altrettanto ovviamente, nessun testimone ha parlato. Stare
, a suo parere, vuol dire legittimare quella cultura.
 
Forse non sono queste le cose "fondamentali" quando si parla
di legalità e antimafia. Eppure, ho l'impressione di assistere
alla normalizzazione dello scandalo.
 
Se le installazioni dell'artista Uwe sottolineavano lo scempio
di piazza Garraffello, il disastro urbanisco e antropologico (in
senso pasoliniano), ben altra cosa è celebrarlo a suon di
tecno - per la fortuna dei soliti personaggi che vendono la solita
birra al solito prezzo - illudendosi che questo abbia che fare con
il think global and act locally e farlo diventare quasi chic...
radical chic.
 
Forse stare lì non sarà da fighetti, ma con queste premesse e
in queste condizioni è antagonista, di sinistra, o anche solo civile?
 
Devo supporre che l'unica cosa che conta per molti ragazzi, sia
solo proclamare un' identità contrapponendola a un'altra (i
fighetti e i loro locali), scegliere i propri ninnoli (al posto della
baghette Luis Vuitton ci metto la borsa di nappa peruviana) e
farla finita così?
 
O devo credere che il diavolo, che sa adattarsi alle situazioni
meglio di chiunque altro, quando non veste Prada, beve
birra Forst?
 
 
5月27日

Addio Mr. "Come eravamo"

 
Ricordo un afoso pomeriggio d'estate, nella
mia vecchia casa al mare.
 
Avevo circa 12 anni e per qualche strano motivo, non ero in
spiaggia, sebbene fosse metà pomeriggio.
 
Accesi la televisione e su rete4 davano un film.
Uno di quelli abbastanza datati da potermi piacere, pensai.
 
Dopo qualche minuto, una donna (per me all'epoca era solo
l'attrice protagonista di Funny Girl, altro film datato che
adoravo) si infilava di nascosto nel letto in cui dormiva Robert
Redford.
 
Ero bacchettona da ragazzina e quella scena mi imbarazzò
talmente tanto che spensi la tv.
 
Anni dopo, e dal mio punto di vista almeno tre vite dopo,
ho ritrovato quella scena.
Complice la B.-san, mi ero tuffata nella visione di Come
Eravamo (ce l'avevano consigliato quattro donne, anzi tre,
di cui ci fidiamo moltissimo) ed era proprio quello il film.
 
Tre vite dopo però, il tentativo di seduzione di quella che nel
frattempo avevo scoperto essere Barbara Streisand (Katie nel film) 
non mi imbarazzava più. Piuttosto, mi inteneriva ritrovare una parte
di me,in quel personaggio: nella militante della causa priva di
ogni tipo di ironia e leggerezza, che spinge troppo e che crede
che le persone non siano nient'altro che i loro principi.
 
Durante il primo tempo.
 
Perché nel secondo, era Robert Redrford (Hubbel) a togliermi le
parole di bocca. Come lui, mi sono rassegnata all'idea che la
politica, intesa come dimensione esistenziale, non come governo
o amministrazione, sia una sorta di gigantesco gioco di ruolo
in cui i giocari non sono coscienti. Cinici esclusi, ma quelli non
mi hanno mai interessato. 
 
Gli esseri umani, per fortuna, hanno una memoria selettiva
e non c'è traccia di loro nel mio album dei ricordi: raggiunta
l'età della ragione - o del disvelamento - si sono come dissolti.
 
Per questo, posso permettermi il lusso di guardare indietro scoprendo
piacere nel raccontare e raccontarmi come eravamo.
Al lordo, non al netto, di tutte le contraddizioni, le macerie materiali,
ideologiche ed emotive, ha avuto un senso vivere quella dimensione.
Per qualche strana ragione.
 
Non so altri, mia cara Katie-Barbara Streisand, ma per quanto la pensi
come Hubble, alla domanda "if we had the chance to do it all
again, tell me, would we?"* (quella della canzone tema del film)    
io rispondo:- Definelly, I would**.
Spero ti possa consolare.
 
 
 *se avessimo la possibilità di ricominciare da capo, dimmi, lo rifaremmo?
 **certo, lo rifarei
 
 Addio, maestro Sidney Pollak.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
5月17日

POST ALCOOLICO

 
 
Se la vita è ombra di un sogno, dice il poeta,
certe mattine sono incubi post-alcoolici.
 
La testa che pulsa, gli occhi che si aprono a stento
e la nausea che non ti abbandona neanche dopo il terzo
caffè.
 
In effetti se si ha la nausea si dovrebbe avereil buon senso
di evitare caffè e sigarette. Ma se in condizioni
normali non riesco a svegliarmi senza la giusta dose di
caffeina - cioè abbondante - come potrei mai farlo senza
in giornate del genere?
 
Eh già, sebbene attanagliate da nubi di zucchero chimicamente
modificato, le mie meningi non smettono di partorire
dubbi esistenziali gravissimi....
 
Tuttavia, non è di questo che volevo parlare.
 
Piuttosto, dopo una serata - quella di ieri - trascorsa
in compagnia del fraterno amico Bacco, non posso fare a
meno di notare che, al di là dei fastidi fisici, mi sono
risvegliata con una sensazione piacevole.
 
Dipende, credo, dalle condizioni generali di una persona:
buone o brutte che siano, l'alcool le amplifica e basta.
 
 
In ogni caso, mi sento allegra, vispa, dico stronzate
che fanno ridere solo me e non me ne importa nulla
delle reazioni. Mi sento anche abbastanza creativa. 
 
Insomma, ho l'impressine che questa mattina post-alcool
più che un incubo sia un piacevole sogno lucido.
Uno di quelli in cui il soggetto che sogna sa di sognare e può
persino riuscire a gestire il sogno e far accadere ciò che vuole.
 
Alejandro Yodorosky, regista, attore, scrittore e padre della
cosidetta "psicomagia", suggerisce di utilizzare le particolari 
caratteristiche del sogno lucido per affrontare angosce, paure
o realizzare desideri inconsci direttamente nella dimensione
onirica.
 
Io per esempio, aspettavo l'arrivo della mia Musa ispiratrice
da almeno un paio di settimane, ma continuava a negarsi.
Così sono andata a cercarla, finché non l'ho trovata.
Giaceva tra fresche frasche di sacro tirso*
in compagnia del fraterno amico Bacco.
Altro che Musa ispiratrice, era solo meretrice!
 
 
Comunque l'ho ricondotta a me. E in un mattino post-alcool
ho persino scritto un post: un post alcoolico.
 
 
 *omaggio a Baccanti, di Euripide.
 
 
 
5月2日

sulla Gatta Morta

 
Ho ricevuto un'e.mail da un amico.
Il contenuto era la seguenta storiella:
 
Aneddoto di una persona...fedele??? 
Io ero molto felice: la mia fidanzata ed io eravamo insieme
da più di un anno, perciò decidemmo di sposarci. 
I miei genitori ci aiutarono in tutti i modi possibili,
i miei amici mi assecondavano,
la mia fidanzata era un incanto.
C'era solo una cosa che mi dava molto fastidio:
la migliore amica della mia fidanzata.
Era intelligente e sexy, 
delle volte mi faceva il filo, turbandomi... 

Un giorno, l' amica della mia fidanzata mi telefonò
e mi chiese di andare a casa sua per aiutarla con la
lista degli invitati al matrimonio: quindi io andai.

Era da sola e quando arrivai, mi sussurrò che
(nonostante dovessi sposare la sua migliore amica)
nutriva sentimenti e desideri verso di me e che non
poteva più nasconderli
Prima di sposarmi e compromettere la mia vita e quella della
sua migliore amica, voleva fare l'amore con me per una volta
sola
Cosa potevo dirle, ero talmente sorpreso, che non dissi una
parola. 
Lei disse: 'Andrò in camera e 
(se lo desideri) entra e sarò tua.' 
Ammirai il suo meraviglioso fondo schiena... 
come si muoveva al salire le scale!!!
Mi alzai dalla poltrona e rimasi lì in piedi 
per un pò...allora mi girai... 
andai alla porta d'ingresso...aprii e uscii!!!  
Mi avviai verso la mia auto... 
La mia fidanzata era fuori con lacrime agli
occhi, e mi disse: 'sono felice e orgogliosa di te: hai
superato la mia piccola prova... non potevo scegliere u
n uomo migliore come sposo!' 
MORALE:
Lascia sempre i preservativi in macchina!!!
 
Il mio amico sostiene che sia un racconto divertente.
Sono d'accordo.
Ma non sono completamente d'accordo sulla morale della
favola.
 
Inizio col dire che trovo esilarante lo sprovveduto pover uomo
protagonista della vicenda.
 
Gongola, all'inizio della storiella, convinto di aver trovato
la fidanzata perfetta. La definisce "un incanto",
versione sintetica e politically correct di "rassicurante,
accomodante e servile".
 
Ma è anche pò turbato, per sua stessa ammissione, dalla
presenza della migliore amica di lei, sexy e intelligente.
 
Lo infastdice, perché?
Se il vero problema fosse che la ragazza in
qustione è sexy, non gli sarebbe minimamente passato 
per la testa di sottolineare il fatto che è anche intelligente.
 
Il poveretto, per quanto stupido possa essere, raggiunti i 30
anni di vita, non può non sapere che una donna intelligente
sceglie amiche intelligenti. Per cui, la sua vera paura è che
anche la sua fidanzata lo sia e che nasconda la sua vera
identità.

La scena madre, il tentativo di seduzione, è fantastica.
Le parole che la diabolica sculettatrice sceglie per
irretire il povero narciso non potevano essere migliori
"fare l'amore con te per una volta sola...", "sarò tua...!".
L'ego dello sprovveduto si espande smisuratamente.
 
Ma ancora più divertente è la scena madre numero due, quella
in cui la fidanzata gatta morta finge di commuoversi!
Un capolavoro di disonestà tale che il poverino,
dimentico della bastardata di cui è appena stato
vittima, se ne va via tutto contento pensando di essere lui
il furbone che l'ha fatta franca.
 
 
La morale della favola, dunque, dovrebbe essere un'altra:
lì dove giace il belloccio che si crede furbo, sciupafemmine
e impunito, giace la gattamorta tessitrice d'inganni dalle
mefistofeliche idee, che nasconde gli artigli per farsi infilare
meglio l'anello.
 
 
 
 
 

il Dubbio Manifesto

 
Non so...
ho molto materiale "vecchio". Cose scritte in questi anni,
che non hanno mai avuto una dimenzione "pubblica".
Neanche quella limitata del blog (o space).
 
Li ho tenuti per me.
La ragione principale è che non ne ero soddisfatta.
Considero la scrittura, un passatempo, anche se
importante per me.
 
Dico spesso che ci sono donne che si divertono con
l'uncinetto, io scrivo le mie nugae (per citare Catullo).
Ma non ho sempre il tempo necessario al labor limae, che
è poi la parte più divertente di questo lavoro artigianale.
 
Perché di questo si tratta: di lavoro artigianale, di manufatti
(non capolavori) intellettuali.
 
Mi interessa il prodotto finito. Voglio che sia "confezionato
bene". Per questo non sempre quello che scrivo è al 100 per
100 me. Ma qualcosa di verosimile, in cui il gusto per la
battuta, l'attenzione per le parole, persino il suono (la
metrica) precedono la perfetta aderenza al mio pensiero o
ai miei sentimenti.
 
Daltronde esistono, per certe cose, i diari personali e quelli
nella mia vita non sono mai mancati.
 
Messa così, so che potrei (e forse dovrei) recuperare parte
del materiale che ho conservato in questi anni, dargli
una "sistemazione" definitiva e pubblicarlo qui.
Tuttavia ho la sensazione che per certe cose, davvero non
sia più il tempo.
 
Ho parlato di verosimiglianza prima, il che è ancora
accettabile. Il problema è che rispetto ad alcuni di quei
manufatti intellettuali -a proposito di amore per le parole
e le figure retoriche, adoro gli ossimori-
sento distanza se non addirittura estraneità.
 
Il dubbio è questo: recuperarli o no? Farli essere o non
essere? Credo che l'unico modo per uscire fuori da
questo inghippo -salvando capre e cavoli- sia rendere il
dubbio manifesto dando a questo space
un manifesto: qualcosa che ne spieghi se non i fini, almeno 
la genesi.
 
 
So... it was.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
4月30日

Sull'Eroina mia eroina

 
 
Credo sia abbastanza evidente dando un'occhiata a
questo space. Inutile girarci intorno: ho bisogno
d'ispirazione, alle volte, di eroine degne di questo
nome. Ne ho talmente bisogno che a volte ho la sensazione
di andare in crisi d'astinenza, come se le "eroine" fossero
la mia eroina.
 
Una delle più remote della mia vita è Rossella -Scarlett-
O'Hara, la protagonista di Via col Vento.
Sarà merito -o colpa- di mia nonna, che me l'ha fatto
vedere e rivedere e ancora rivedere da quand'ero in fasce,
ma ho un rapporto talmente atavico con quel film, che
neanche Bruno
Vespa, con la sigla di Porta a Porta, è riuscito
a farmelo odiare.
 
Tuttaltro.

Scena finale del film: dopo quattro ore di disgrazie, Rossella
di nuovo ricca e sicura, è sola, disperatamente sola. Piange
e si chiede ‹‹cos’è che conta nella vita?››
Ma è uno smarrimento momentaneo. Improvvisamente, alza la
testa e dice: – Tara. A casa, a casa mia. E troverò un modo
per riconquistarlo, dopotutto, domani è un altro giorno…

Ho sempre amato la Rossella O’Hara, che in preda alla fame e
alla disperazione giura davanti a Dio che i nordisti non la
batteranno e che non soffrirà mai più la fame (‹‹… né io,
né la mia famiglia! Dovessi mentire truffare, rubare o
uccidere, lo giuro davanti a Dio, non soffrirò mai più la fame!››).
 
Ma recentemente, ho scoperto di odiare questa
Rossella, quella dell’ultima scena, per invidia.
Perché lei, alla fine della fiera, qualcosa a cui
aggrapparsi ce l’ha. L’ha difesa e strenuamente,
certo; ma ce l’ha.
E io invece? Cos’è che conta nella vita, per me?
Finita l’epoca dei sogni, entrata ufficialmente e a
buon diritto nella stagione dello spietato realismo,
niente affatto consolatorio, non ho neanche una
cazzo di piantagione, patria spirituale o bene
succedaneo a cui aggrapparmi.

Proprio come Rossella, ho giurato davanti a Dio
che avrei sconfitto i miei nemici (i miei fantasmi)
e saziato la  mia fame (di comprensione); lì
dov’ero, con un mucchio di sabbia stretto in mano.

Ho giurato che se qualcuno mi avesse di nuovo ferito,
nessuno, mai più, mi avrebbe distrutto. Che se mi
avessero di nuovo rubato qualcosa, avrei fatto in modo
di possedere dell’altro.  

Eppure qualcosa non torna.
 
Il punto è che io non ho niente e non credo in niente e se
ci credo, non l’accetto. Come Ivàn Karamazov.
Ma sono pur sempre un essere umano, e la vorrei
anch’io ‹‹qualcosa per cui valga la pena di lavorare, di
soffrire, di morire, perché è la sola cosa che duri!››

Cerco nei libri, nella letteratura, nella psicoanalisi, nei film,
una soluzione. Qualcosa che  mi renda davvero libera, estirpando
definitivamente “il male”: questo insopportabile bisogno di credere
 in qualcosa.
 
Tutte le grandi scoperte scientifiche sono banali. Talvolta, le
soluzioni che illuminano l’esistenza, senza cambiare il mondo
ma la  percezione che hai di esso, il che è la stessa cosa, lo
sono altrettanto.

Improvvisamente vedo per la prima volta quello che avevo
sotto gli occhi da almeno 16 anni, da quando ho visto per la
prima volta quello stramaledetto film: vero è che quella gran culo
di Rossella O’Hara, alla fine lo capisce che cos’è che conta nella
vita. Ma solo dopo una serie incredibile disgrazie, lutti, errori
commessi e soprattutto, dopo aver detto almeno mille
volte ‹‹non posso pensarci adesso, se no divento pazza... ci
penserò domani!››

È questo quello che le dà la forza. Non l’amore che crede di provare
per Ashley o l’attaccamento per Tara. È grazie a tutti questi "ci penserò
domani" che mantiene lucidità e fermezza, che resiste, combatte, vive.
Non sopravvive.

Nel frattempo, quello che costruisce davvero è se stessa. Anche se il
prezzo da pagare è perdere l’unico uomo che abbia mai amato, senza
rendersene conto. Quel Reth stremato, che alla domanda ‹‹se te ne
vai, che ne sarà di me, che farò?›› non può non risponderle con
l’ottimo ‹‹francamente, me ne infischio!››
 
Già Reth se ne va, perché lui è quello che ha ‹‹un amore per le cause
perse, quando sono proprio perse ››. Sfortunatamente a pensarci bene, 
credo di essere più simile a lui che non a Rossella.
Oh, ma non posso pensarci adesso, se no divento pazza, ci penserò domani!
 
 
* l'ho scritto qualche anno fa, ma lo pubblico oggi per dedicarlo a mia nonna,
nei giorni del suo compleanno, se ancora fosse qui.

 

 

 


MEMENTO

 
"Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto?
Sei una fifona! Non hai un bricilo di coraggio,
neanche quello semplice e istintivo di riconoscere
che a questo mondo ci si innamora! Che si deve
appartenere a qualcuno, perché questa è la sola
maniera di poter essere falici!
 
Tu ti consideri uno spirito libero... un essere selvaggio...
e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia.
E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita
con le tue stesse mani ed è una gabbia dalla quale
non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi
di fuggire.
 
Perché non importa dove tu corra, finirai sempre per
imbatterti in te stessa!"
 
 
 
And so, this is "il monologo del tizio" (non ricordo il nome del personaggio),
Quello che però lui non aveva capito è che lei aveva aspettato tutta la vita
qualcuno abbastanza intelligente da capire chi era, sbatterglielo in faccia
e amarla per quello che era, non per l'idea o l'ideale che si era inventato.
O per la comodità di averne una qualunque che gli facesse compagnia.
 
By the way, questa è la mia personale visione della cosa.
Ma forse, sono solo una fifona.
 
 
4月26日

Il mio 25 Aprile

img080425-121816img080425-1840 img080425-185319
 
 
Adoro il 25 Aprile.
Tra tutte le feste "civili" è quella che mi piace di più: la premessa
per tutto il resto.
 
Quest'anno però niente celebrazioni, per me, ma le
amiche di tutta una vita, la mia famiglia, la mia
bambina (la mia cagnolina).
 
Intorno mezzoggiorno, in compagnia della più fedele delle mie
compagne, la B.-san*, comtemplavo lo stretto di Messina da un
noto bar, nella zona più panoramica della città.
 
Gustavamo i nostri caffè, leggevamo i giornali, commentavamo
le indiscrezioni sul nuovo governo e su "Sex and the city - il
film", di prossima uscita.
 
Avevamo lo sguardo di due persone soddisfatte, che si stavano
godendo la giornata e che sono felici di essere quello che sono:
donne, politicizzate, abbastanza autonome e fiere delle loro scarpe.
Sì, anche quello: fiere delle loro scarpe.
 
Mi corre una precisazione: quando parlo delle amiche di tutta una
vita, devo aggiungere che per quanto siano "mie" amiche, non tutte 
lo sono tra loro; o per lo meno non tutte hanno l'abitudine di
frequentarsi.
 
Eppure, camibiando giro, qualcosa nel discorso non cambia.
 
L'aperitvo, nel tardo pomeriggio, me lo sono concesso in compagnia di 
 psico-M.* (e il suo uomo); una mia "non ex" compagna di classe.
"Non ex" perché i compagni di classe lo saranno per sempre, specie
se hai avuto la fortuna di incontrare persone speciali (o la capacità di
costruire rapporti speciali).
 
Come suggerisce lo pseudonimo, è anche una giovane psicologa, impegnata
nel sociale, grande viaggiatrice e una delle persone migliori che abbia mai
conosciuto.
 
Ebbene, appena arrivata all'appuntamento mi mostra fiera le sue nuove
scarpe. Anche lei. Certo, le sue sono delle fricchettonissime ballerine
rosse, non degli stivaletti con punta rotonda o tacchi alti. 
 
Ma come dire, in genere non ci si aspetta che "una come lei" possa fare 
attenzione a questi particolari. E  in tutta onestà, credo che fino a qualche
tempo fa lei stessa non avrebbe mostrato tutto questo entusiasmo.
 
Nonostante tutto, il vero colpo di scena deve ancora arrivare.
 
Davanti alla mia birra e al suo enorme gelato (ho dimenticato di dire
che anche una delle persone più genuinamente amante del cibo che
abbia mai conosciuto) iniziamo i nostri soliti discorsi.
La poltica (ovviamente), il (suo) lavoro, i libri che stiamo leggendo e
i sogni (altrettanto ovviamente).
In particolare, mi racconta la sua ultima avventura onirica: Carrie
Bradshaw che le chiede di comprarle un paio di scarpe.
 
Di solito sono io che "uso" la sua competenza per interpretare i miei 
sogni e per quanto abbia assorbito nel tempo parte della sua scienza, devo
dire che non ci vuole un genio per capire il senso di quello che mi
aveva appena raccontato.
 
Semplicemente, Carrie era una proiezione della sua parte più frivola
che le ricordava i suoi bisogni o un desiderio, prontamenente esaudito.
 
Eppure, mentre tornavo a casa sulla mia botomobile, con il finestrino aperto
e la solita sigaretta accesa, non riuscivo a smettere di pensare. Continuavo
a chiedermi cosa c'entrano quelle "come noi" con Sex and the City?
 
Mi sentivo anche un poco stronza: era il 25 aprile, il che strideva non poco
con l'immagine di noi, immerse nei fatti nostri, ritirate a vita privata.
Forse siamo diventate figlie del nostro tempo: abbiamo assorbito e rielaborato
l'individualismo edonista in una versione adatta alle nostre
longitudini.
 
Improvvisamente anche il giornale che tenevo in mano la mattina,
mi sembra un fetticcio: perché una donna che tiene in mano un quotidiano
e commenta le notizie si da un tono, inevitabilmente: ed è come indossare
una bella borsa.
 
Poi mi sono detta che no, non poteva essere così.
Me ne stavo ancora nella mia botomobile, tranquilla in mezzo al traffico.
Se anche avessi più denaro di quello che ho, so che non spenderei mai
cifre importanti per una macchina. Pernché non amo le macchine, nè lo status
symbol: amo la libertà che mi dà possedere un mezzo che mi
consente di fare le cose da sola, quando voglio e con chi voglio.
 
E amo la mia botomobile scassatissima perché è stata una delle mie compagne 
di vita (anche lei). Oltre che qualcosa di simile all'isoletta pensatoio
dell'imperatore Adriano.
E amo le mie compagne di vita in carne e ossa (le mie amiche), per tutti i
discorsi (i lunghi discorsi) che abbiamo fatto crescendo. Per le discussioni e i
confronti (anche aspri) che abbiamo avuto e l'eterna solidarietà mostrata nei
momenti difficili.
 
Soprattutto le amo (e le ho scelte) perché sono tutte, ognuna a modo suo,
delle combattenti, che in un mondo conformista, in cui l'unica scelta è tra un 
conformismo e l'altro, hanno voluto essere individui con una visione non solo
critica ma personale delle cose.
 
E se c'è voluto una minchia di telefim per farci capire che avevamo ognuna
diritto alle sue scarpe (quelle in cui ci si sente bene), chi se ne frega...
 
Il conto alla rovescia è iniziato: tra circa un mese esce il film.
Prenderò la mia botomobile, caricherò in macchina i miei tesori e sarà una
giornata spettacolare.
 
* dal momento che voglio bene alle mie amiche ho intenzione di tutelare
il loro giusto diritto alla privacy e usare degli pseudonimi.
 
 
 
 
 
4月24日

Exit Polls


 
14 aprile, ore 14,50: sono pronta.
 
Mi sono collegata alla diretta internet in tempo, quando il sito non
è ancora intasato. La televisione è accesa.
Alle 15,00 in punto si parte con gli exit polls.
 
Ho sempre amato quel particolare momento delle giornate elettorali:
le emozioni e la ragione
sono attive contemporaneamente e
al massimo delle loro possibilità.
 
Faccio zapping, osservo dati, seguo aggiornamenti e commenti.
E' un'attività frenetica, quasi schizofrenica, che va avanti
fin quando la concretezza dei numeri dipana, come un sedativo, la
nebulosa celebrale.
 
Eppure un paio di parole, continuano agirarmi per la testa
" la tendenza che viene fuori dagli exit polls...", "se i dati confermano
gli exit polls mi pare che la tendenza sia..."
 
"Exit poll", "exit poll", "exit poll".
 
Perché?
 
Da cittadina, credevo che tornare a votare dopo soli due anni
volta,
fosse comunque un fallimento.
Soprattutto, come molti, mantengo fortissime riserve su tutta la cosiddetta
"classe dirigente" italiana.
 
Non sono andata alle urne particolarmente entusiasta.
 
Ma ci sono andata.
E quando sono uscita dal seggio ero contenta, inaspettatamente
contenta. Sentivo di aver fatto comunque il mio
dovere e mi rendevo conto che nonostante tutto, per me, le elezioni,
i cittadini in fila, il rituale della democrazia, sia una bella cosa.
 
Ma quel mantra "exit polls, exit polls, exit polls..."
doveva pur voler dire qualcosa. 
Conosco poco Freud, ma evidentemente qualcosa deveva avermi
colpito. Cosa sono quelle parole per me?
Conosco la traduzione dall'inglese.
Ma forse la soluzione sta nell'associazione mentale, nell'assonanza.
E allora la domanda è non "cosa", ma "chi" sono i polls?
 
Sono stata educata da due genitori e da una folta schiera di insegnanti
che mi hanno insegnato il senso civico.
Ne vado fiera.
Scelgo per convinzione e non per convenienza. Anche di questo vado fiera.
Ho sempre creduto che le cose si cambiano partecipando.
 
Per questo, forse, mi sento una "polls", una polla!
 
Sono uscita di casa per ratificare decisioni non mie.
Continuo ad avere (per ragioni diverse) scarsa opione di più o meno tutti
e soprattutto mi sono convinta, negli ultimi anni, che la politica non cambia
(e non può cambiare) la società: la rappresenta e basta.
E io, in questo paese, in questa civiltà,
non mi riconosco (al massimo so di essere una minoranza).
 
E allora mi dico: EXIT, POLLS!
 

De pudicitia (dal vecchio blog)

Credo di essere una donna pudica.
Sebbene della pudicizia abbia un concetto del tutto particolare.
 
Ho usato il topless una volta, in luogo sperduto, dove nessuno mi conosceva.
Non mi sentivo né nuda, né desiderata o desiderabile, mi sentivo libera e
indifferente, quasi invisibile.
Esponevo il mio corpo al sole perché evaporasse. Se anche sguardi audaci si
fossero posati su di me, non credo che me sarei accorta. Di fatto, non me
ne sono accorta.
 
Alle volte mi sorprendo ballerina disinibita, ma in quei momenti non ho la
sensazione di essere osservata. Sono solo convinta di essere chiusa nella
mia stanza: ballo come ballo quando non mi vede nessuno.
 
Credo di aver sviluppato una forma del tutto personale di autismo: la
sindrome di Piskarev (mi piace chiamarla così in onore di un sublime
personaggio inventato da Gogol ne la “Prospettiva Nevskij”).
 
Quello che non riesco a esporre sono le mie emozioni.
Le considero il bene più prezioso che ho. Non posso sciuparlo,
esporlo alla cattiveria e alla superficialità, che può essere ancora più
feroce.
Credo sia più rischioso mettere a nudo le proprie emozioni che la propria
carne.
 
È rischioso. Per questo non riesco a condividerle se non con un ristretto
numero di persone e mai con nessuno completamente.
 
Distribuisco le confessioni, come l’acuto agente di finanza distribuisce il rischio.
Gli investimenti vanno pur fatti, dice l'economista, se si vuol diventare
ricchi, bisogna avere il coraggio di rischiare.
 
Il mio singolare modo di concepire la pudicizia, ha dunque come fondamento un
principio di scienza economica, non esistenziale.
Devo essere davvero stronza, oltre che pudìca.

 

Il Drammaticamente Bello (dal vecchio blog)

 
Il drammaticamente bello,
è drammaticamente bello.
Il drammaticamente bello
è bello perché non è bello:
è affascinate, rassicurante.
Per questo è sensuale e attraente.
 
Il drammaticamente bello non giudica. Osserva
Il drammaticamento bello non conosce arroganza,
nè proterbia. Non impone la sua opinione.
Il drammaticamente bello sa,
sa chi è prima che lo sappiano gli altri.
 
Il drammaticamente bello, non ti vizia.
Insegna la necessità  della leggerezza.
Il drammaticamente bello, ti seduce e non ti conduce
e senza dire, dice: "Tu, verrai da me".
Il drammaticamente bello, ha già deciso tutto.
 
Il drammaticamente bello, indossa sciarpe di seta.
Il drammaticamente bello, beve vino.
Il drammaticamente bello funa solo buon tabbacco.
Il drammaticamente bello assapora.
"Si distingue", non "si" distingue.
 
Il drammaticamente bello, è drammaticamente bello.
Il dramma è che mi lascia la pace e non mi lascia parole.
 

Incipit (dal vecchio blog)

 
Gli incipit sono fondamentali, nella scrittura come nella vita.
lo so, l’ho sempre saputo.
Dunque ho meditato a lungo: cosa scrivere, e come, in questo
primo intervento?
 
Avrei potuto scegliere l’opzione “biografia dell’autrice”, tentare di
apparire dolce, simpatica e carina elencando con dovizia di particolari
“tutte le cose belle che mi piace tanto fare”.
 
Avrei potuto optare per il cliché di segno opposto: urlare al mondo
infelicità e disprezzo per gli esseri umani.
Ho deciso, di risparmiarvi questa tortura.
 
In fine ci si può dirigere lungo il sentiero fin troppo battuto, della
“bella poesia d’amore” o “citazione celebre".
Ma a me piace, se non deludere le aspettative altrui, quantomeno
ignorarle.
 
Cosa mi resta? Tutto il resto: l’universo sconfinato delle opzioni possibili.
Mi sento eccitata, come sempre, a suo cospetto. E da donna
viziosa, quale sono, mi concedo piacevolmente ad esso.
 
Nuove idee si insidiano, ipertrofiche, nella mia mente: immagini, pensieri,
giochi di parole, story boards e favolosi incipit. Per non parlare delle
battute: acide, accattivanti, provocatorie.
Mi piacciono tutte, nei cinque minuti in cui mi piacciono. E non riesco
a scegliere.
 
Mi stuzzica l’idea di stuzzicare il mio cervello nella costruzione intellettuale
di qualunque cosa. Immaginarne infinite variabili, per poi scovarne i punti
deboli e invalidarle, una per una.
 
Sono fatta così: mi appassionano le tesi e le antitesi, della sintesi non me
ne importa nulla.
Sono talmente fatta così, da non aver ancora capito se sono una masochista
o una narcisista interessata esclusivamente al rapporto con se stessa.
 
Perché, confesso, alle volte l’ho pensato:  sono l’unica persona che conosco
con cui mi piace davvero parlare.
 
Sono talmente fatta così da essermi chiesta un giorno, se tutta questa fissazione
sull’importanza di incipit e story boards, non fosse solo un scusa per poter
continuare a pensare a mille libri (o mille vite), senza scriverne nessuno (o
viverne nessuna).
 
Eppure qualcosa deve essere cambiata, se sono qui, a fissare su web imperiture e
inutili parole seguite da altre parole.
 
Forse ho esaurito le domande da porre al mio ES.
Forse, negli ultimi tempi, il mio cervello è entrato in sciopero o l’ho messo in cassa
integrazione.
Forse, più semplicemente, ho scoperto che il modo migliore per mettere in crisi le
mie teorie era iniziare a scrivere qualcosa.
 
Il problema era trovare un incipit.

 

CAMBIAMENTI

 
Qualche giorno fa, qualcuno, ha rubato la mia borsa.
Una favolosa borsa nera, resa ancor più favolosa dall'essere entrata
in mio possesso grazie a una maxi svendita.
 
Ovviamente, buona parte della mia vita pubblica e privata giaceva lì dentro.
 
E a proposito di maxi svendite... mi hanno fregato anche un porta trucchi
con i pezzi migliori della mia collezione, raggranellati anch'essi, in mesi di
appostamenti alle più incredibili offerte della città.
Valore di mercato: 45 euro circa. Valore per la giovane Cortese, regina dei
saldi, 17 euro e 50.
 
L'aspetto più fastidioso della vicenda, almeno per quanto mi riguarda, è
stato adempiere a tutte le faccende burocratiche che una situazione del
genere comporta: fare la denuncia, bloccare bancomat, scheda del telefono,
rifare i documenti ecc...
 
Non oso lamentarmi del resto. Soprattutto perché ho la fortuna di avere un
fratello molto - forse troppo - generoso.
 
Tuttavia, c'era, e c'è, di che arrabbiarsi.
 
Ho scelto di non farlo e di approfittare della situazione.
 
Non amo particolarmente i cambiamenti. Anzi, li detesto. Ma l'unica cosa al
mondo che odio davvero sono i rami secchi. Le scorie inutili.
 
Mi è capitato più volte di assistere allo sconcerto che alcune mie scelte
provocavano nelle persone a me più vicine.
Le giudicavano impulsive e inaspettate.
 
In verità, non credo di aver mai preso una decisione senza averla meditata
a lungo. Il problema è che l'elaborazione dei dati, è una cosa che tengo
per me. Ma quando il risultato arriva non torno indietro. Mai.
 
Non che me ne vanti particolarmente. Solo, è così.
E per dirla tutta, non mi sono mai pentita.
 
Così questa volta, visto che qualcuno ha avuto la brillante idea di fottxxxx
(tra l'altro) i documenti e il cellulare, ho deciso di assecondare il flusso e
mi sono liberata (per mia scelta e non per volontà altrui) di un paio di cose
che non avevano più senso di esistere.
 
Prima fra tutte del mio - a questo punto  "vecchio" - numero di cellulare
che, incredibilmente, non avevo mai imparato a memoria. Forse perché me
l'avevano regalata, ma quella scheda, ha sempre avuto un sapore provvisorio
ed estraneo.
 
Ho cambiato anche indirizzo e.mail: "tony cortese"... vaffxxxxxx!
L'ho mantenuto in vita per comodità, ma lo detestavo.
 
Mi ricorda un'altra vita. Una in cui non avrei mai parlato di trucchi
perché non mi sapevo neanche mettere la matita.
Una vita in cui ero un cognome e non un essere umano. 
Ma questa è un'altra storia... o scoria.
 
In ogni caso, ora che mi sono riappropriata del mio nome, oltre che del
mio cognome (al quale, peraltro, non ho mai rinunciato) sono felice.
 
Avendo un nuovo indirizzo e.mail, ho deciso di aprire anche un nuovo
space (in cui salverò alcuni contenuti del precedente, solo quelli che valgono
qualcosa, almeno per me) e di dargli un concept che sia più vicino a come
mi sento adesso.
 
Il vecchio space l'avevo abbandonato per mesi e mesi. Negli ultimi giorni, mi
era venuta voglia di riprenderlo e sentivo che quella cacchio di "tony" non
c'entrava una mazza (per usare un dolce e gentile eufemismo). Mi infastidiva.
 
Si dice che quando qualcosa cambia in una donna, va subito dal parrucchiere.
Credo di essere lontana da quella fase.
 
Ma so che arriverà giorno in cui mi farò rossa, almeno per un periodo. Un bel 
rosso carota, alla Mila Azuki o Anne Shirley (Anna dai capelli rossi): Amo le
out-sider non le famme fatale rosso mogano alla Gilda.

 

Non so invece se mi farò mai tatuare l'unica cosa che mi piacerebbe davvero
farmi tatuare: una fenice, l'animale mitico, che rinasce dalle sue ceneri. 
Ma non riesco a fare a meno di chiedermi che senso abbia tenersi tutta la vita
qualcosa il cui senso è il cambiamento; e per quanto elabori, non vengo a capo
del risultato. Almeno per il momento.
 
P.S. (rassicurante e solo per quelle - poche - persone a cui posso non dire
"perché voi non potete capire")
Vero è che EVERITHING CHANGES, BUT YOU!
ed è un tatuaggio interiore.
 
In onore del 24 aprile 95, il più bello della mia vita.