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日志


9月14日

Neque amore et sine odio

Mi è sempre piaciuto Tacito, tra tutti gli autori latini, uno dei miei preferiti.
Sebbene fosse uno storico era prima di tutto uno scrittore. E che scrittore.

Mi è sempre piaciuta poi questa espressione: "neque amore et sine odio" 
(senza amore e senza odio), il manifesto del suo programma intellettuale che  
però è riflesso o conseguenza della sua dottrina morale, etica. 

"Neque amore et sine odio", come se fosse davvero possibile e perché è 
davvero possibile. E' possibile: se si accetta l'idea di migliorare
se stessi, di evolversi. Non che sia facile, ma no, non è impossibile e certamente
vale la pena provare.

Cinicamente ho sempre pensato che il modo migliore per vendicarsi poi, sia 
l'indifferenza, ma quella vera, "neque amore et sine odio" per l'appunto.

Ma l'interpretazione cinica mi conforta solo quando sono ancora 
arrabbiata, dunque quando "amo" ancora.

Nei momenti di serenità sono sempre stata persuasa che l'odio - sentimento 
orribile che credo dia ver provato solo una volta nella vita e perché mi 
c'hanno costretta - o il disprezzo, la rabbia, la voglia di vendetta, rivalsa, siano 
veleni potentissimi innanzi tutto per chi li prova.

Io non mi voglio avvelenare, non voglio vivere così, non ho alcuna intenzione
di fare questa fatica.

Me ne scanzo.

Eppure alle volte non è possibile. Anche per i più evoluti. E non perché ci sono 
cose o persone che "amerai" in un certo senso, sempre - ovvero che non ti 
saranno mai indifferenti - ma perché ci sono quelli che a questo assioma -
balla - hanno davvero bisogno di crederci.
 
Ma se è questo il loro bisogno, il mio è fottutamente un altro: io ho bisogno di 
credere che le cose, tutte le cose, compresi i rapporti umani, possono e alle 
volte debbano finire. 

Per questo se rinuncio, rinuncio davvero, e se scelgo scelgo definitivamente
E se pretendo che le mie scelte vengano rispettate, non pretendo - nè l'ho 
mai fatto - di decidere anche le conseguenze. Le accetto, neque amore et sine 
odio. Perché i bisogni altrui non sono necessariamente coincidenti con i miei.

Così vorrei si facesse con me.
E se c'è bisogno di puntualizzare, puntualizzo. Lo faccio così, neque amore et sine odio.


 
8月23日

Alla fine, forse

Alla fine, forse, era molto meglio questo Spaces. Mi piaceva.
Alla fine, forse, riuscivo a essere molto più onesta qui.
Ma alla fine, forse, devo saper distinguere tra l'hobbie-mestiere e me stessa.
Alla fine, forse, sto solo ricominciando.


3月21日

IPROVVISAMENTE UN INVERNO SCORSO –Racconto di una Prima Volta -

pattini 

La pubertà ha portato nella mia vita un’insegnante di matematica un po’ troppo severa. Odiosi

esercizi di algebra e geometria mi tenevano chiusa in casa separandomi da due dei miei grandi amici:

il nuoto e la pallavolo.


Poi un giorno, durante la pausa merenda, l’allora TeleMontecarlo, portò nella mia vita Lui: il mio

grande amore romantico, bello, elegante e – trattandosi di pattinaggio artistico su ghiaccio –

anche irraggiungibile: ero una ragazzina siciliana, non sapevo dove e come avvicinarlo.


 

Ma l’amore – si sa – fa fare cose folli; e se non potevo sfruttare il cortile di casa mia per ovvie

ragioni climatiche, potevo auto-convincermi che il pavimento su cui mia madre aveva appena

passato la cera fosse un buon sostituto per imparare a scivolare mantenendo l’equilibrio.

Certo, più tempo passava più questo amore irraggiungibile si sedimentava nel fondo del

mio cuore, nella consapevolezza che mai avrei potuto avere ciò che desideravo.


Ma sotto sotto non ho mai smesso di crederci, disperarci.


Poi vennero le Olimpiadi invernali di Torino: il mio primo grande amore improvvisamente appassionava

milioni di italiani. Un po’ ero gelosa, un po’ mi sentivo gratificata per essere stata – ancora una volta – talent

scout e con largo margine d’anticipo, un po’ ero fiduciosa.


Non a torto: una pista di pattinaggio si materializzò persino a Messina. La montarono in piazza Duomo

in occasione delle feste natalizie.


Nei miei sogni di bambina, l’incontro con il mio grande amore sarebbe avvenuto in un palazzetto

di ampie dimensioni, su una lastra di ghiaccio liscia e scintillante (anzi, talmente scintillante da potermici

specchiare dentro) e in groppa a dei favolosi pattini bianchi.


Immaginate che delusione enorme ho provato quando la pista che mi si è appalesata davanti, altro

non era che un tendone orripilante, largo due metri e mezzo, con il ghiaccio talmente tritato da poterci fare

quintali di Moijto, pieno di ragazzini di sei anni che schizzavano via ovunque e provvisto solo di volgarissimi

pattini neri da corsa. Che oscenità!


Me ne sono andata via. Una ragazza - mi sono detta – ha diritto a una prima volta romantica, soprattutto se ha

aspettato tanto.


Ho aspettato fino a gennaio scorso. Quando meno me l’aspettavo, ho trovato la compagnia

giusta e l’occasione favorevole. Lo scenario era quello di Taormina. Il panorama bellissimo, le dimensioni

della pista soddisfacenti (almeno per una neofita con l‘unico paragone da fare fin troppo scarso per essere

preso in considerazione).


Anche questa volta – però – i pattini non erano da
artistico, ma da corsa. Pazienza, del resto cos’è

una vera prima volta senza un imprevisto? E col sottofondo musicale giusto e inaspettato (Frank

Sinatra e Robbie Williams) potevo anche passarci su.


Così l’ho fatto, ed è stato bellissimo.


Ma come tutte le prime volte che si rispettino, anche questa è stata rovinata a posteriori da un

maschio rivelatosi buzzurro nonché gran testa di.. “ghiaccio?”.


Il mio accompagnatore mi ha illuso: non me l’ha data più. Gli avevo detto che ci tenevo, che era

importante, ma lui niente. Anzi l’ha addirittura persa, la foto che immortalava la mia prima volta

romantica su una pista di pattinaggio su ghiaccio.


Una foto quasi perfetta, come quasi perfetta è stata la mia prima volta: i pattini neri da corsa

erano stati appositamente tagliati dall'inquadratura.


Ma tutte le prime volte, insegnano qualcosa di fondamentale: la seconda è anche meglio, con

i pattini giusti e con l’uomo giusto che non perde la fotografia.


3月13日

Ei fu

 

 


- Sai una cosa? Non ti riconosco più.

Mi ha detto la mia amica quasi omonima e quasi compleannonima che

per comodità chiamerò solo Quasi.

A quel punto, ho aperto la mia baguette.

Non cercavo il rossetto, cercavo il mio cinismo; speravo di trovarlo là dentro

perché sono femmina da feticismo da borsetta più che da scarpe, io.


Per rassicurare Quasi, volevo sfoderare un monile dialettico qualunque, ma

niente: non avevo con me il mio cinismo, l’avevo perso e insieme a lui anche

le parole.


Dunque, ho taciuto. Ho lasciato che la mia amica continuasse il suo racconto

senza proferire un solo giudizio e cosa ancor più grave senza sparare una

sola sentenza(barra)teoria.


Povera Quasi, pensavo, lei si confida con me per questo: perché sono il

contraltare necessario a qualsiasi “intrippamento”. E intanto continuavo a

cercare.


 

Controllavo che nella fodera della borsette o nelle tasche del capotto non ci fosse

uno di quei forellini scassa palle e ingoia tutto. Laddove il “tutto” è solo quello

che ti serve: gli scontrini del panificio per qualche strana ragione cosmica il

forellino scassa palle e ingoia tutto li sputa sempre via. Ma non c’erano, né il

forellino, né il mio cinismo.


Tornata a casa ho rovistato dappertutto. Persino sotto il vocabolario di Greco

antico, che per ovvie ragioni non tocco da oltre un decennio. Risultato? Nulla,

sparito.


Lo ammetto: la cosa mi ha stupito, perché eravamo una bella coppia il mio cinismo

e io. Non so quanto felici, ma certamente ben corazzati e pronti ad affrontare il

mondo.


 

 

Mi sembra di poter dire che ci siamo divertiti in questi anni, ci siamo fatti un mare di

risate e sì, siamo stati bene insieme.

 

Ma evidentemente per lui non era abbastanza, se sé n’è andato via così, senza una

spiegazione, senza salutare, senza lasciare neanche un bigliettino.


Che stronzo il mio cinismo! Che ingrato! Con tutte le femmine che gli ho presentato,

poteva essere non dico cortese (so di avere il monopolio dell’epiteto) ma quantomeno

educato.

Che delusione: ho avuto persino dei fidanzati migliori di lui.. vedi che mi tocca dire!


Quello che mi fa davvero arrabbiare è che stato talmente bravo nel nascondere le sue

intenzioni, che non mi sono accorta di nulla fino all’episodio dell’altro giorno.

Per quanto mi sforzi, non riesco a ricordare neanche l’ultima volta che ci siamo visti.


Ma se è così, e ti assicuro che è così miserabile vigliacco di un Cinismo che non sei altro

allora vuol dire che posso tranquillamente fare a meno di te.

Io “ho” fatto a meno di te negli ultimi tempi, io “ho” affrontato il mondo senza le battute

stronze e le teorie catastrofiste che mi suggerivi .


E la vuoi sapere una cosa? Sono stata benissimo.


Ah.. adesso ho capito! Sono io che non l’ho cacato più a un certo punto, l’ho offeso, forse

abbandonato e certamente ferito.

 

E allora scusami Cinismo, approfitterò di internet nella speranza che tu possa leggere questa

missiva, ovunque ti trovi.


So che ho urtato i tuoi sentimenti e mi dispiace. Ma in nome di tutto quello che abbiamo

condiviso, preferisco essere sincera e dirti la verità: sto attraversando una fase non

individualista della mia vita che non riesco a condividere con te. A costo di sembrarti

cinica, io posso e devo fare a meno di te.

Ti ho voluto bene, ma è venuta l’ora di dirsi addio.

 

11月24日

RACCONTI DELLA SANGRIA

 

 

Da qualche tempo, amiche – e amiche delle amiche – dicono alla non più tanto giovane Cortese, scrittrice per hobby e divertimento: - Questa la devi raccontare in un delirio.

 

Nelle ultime settimane però, le è accaduto un po’ troppo spesso. Non che le dia fastidio ricevere suggerimenti e richieste di rielaborazione artistica di vicende realmente vissute her ego has landed*, semmai –; ma ha finito col far confusione.

 

Peccato. Alcune storie erano davvero divertenti e forse sarebbe stato meglio raccoglierne le confessioni prima – non dopo – il terzo cocktail.

 

Perché in questo momento, giunta alla fine dell’ennesimo fine settimana intensamente vissuto, nella sua mente non albergano i ricordi, ma pezzi di ricordi tenuti insieme dai residui di nero d’Avola che non è ancora riuscita a smaltire.

 

Una grande sangria di traumi infantili ed esperienze para-sentimentali tendenzialmente altrui.

 

Ragion per cui, il racconto che state per leggere è al tempo stesso: tutto vero, completamente inventato, nonché artisticamente rielaborato.

 

 Il bambino psicopatico di Bisaquino, ha inseguito sulla sua bicicletta Atala anni ‘70, la ragazzina con due nomi e doppia nazionalità.

 

Accadde in un freddo pomeriggio degli anni ‘80 a ridosso della festa dei morti.

 

Il bambino psicopatico di Bisaquino, cadde dalla bici e per tanti anni nessuno l’ha più visto. In una notte del XXI secolo, a ridosso di quella che ormai è diventata la festa di Halloween, la mia amica con doppio nome e doppia nazionalità, mi trascina a una festa anni ‘90.

 

La sua coinquilina è con noi, ha appena lasciato il suo ragazzo dopo nove anni di fidanzamento e vuole recuperare il tempo perduto. Per lei, quindici minuti sulla testa pista sono troppi e sul più bello scappa via:verso la festa anni ‘80 organizzata, dall’altra parte della città, da quello che tutti ignorano essere il mio clandestino amico DJ.

 

Rimaste sole, la mia amica con doppio nome e doppia nazionalità e io, scopriamo di avere un’ex fidanzata in comune. Non nel senso che siamo gay: nel senso che quella troietta che ci sculetta davanti è stata fidanzata – in momenti diversi – con due diversi nostri ex.

 

Contagiate dal virus che come una pandemia avvolge la città, abbandoniamo anche noi il posto in cui ci troviamo e ci dirigiamo verso un altro locale. Tema della serata: DJ-Set anni ‘70.

 

Ma un cagnolino in fuga sconvolge i nostril piani: improvvisamente si mette a inseguire la macchina del nostro accompagnatore, che oltre a essere un nostro amico è anche molto amico dei cani. Lo carica su e lui (il cane) lo azzanna.

 

A questo punto il racconto potrebbe anche finire. Non prima però, di aver svelato che fine hanno fatto i protagonisti.

 

Il cagnolino, è stato adottato dalla coinquilina della mia amica con doppio nome e doppia nazionalità – tra fuggiaschi ci si intende – ed è tenuto in custodia dai “nonni”.

 

Nel frattempo però, la neo mamma adottiva, ha saputo che il suo ex ragazzo si è messo con la troietta ex-fidanzata che la mia amica con doppio nome e doppia nazionalità e ioabbiamo in comune: non c’è due senza tre.

 

La mia amica con doppio nome e doppia nazionalità, ha scoperto la mia amicizia clandestina con il mio amico clandestino DJ, che altri non è che il bambino psicopatico di Bisaquino divenuto ormai un quasi adulto.

 

L’amico dei cani, ha comprato una bici elettrica. Non ha il cestino e non correre il rischio di caricare quello che trova per strada.

 

Io oggi**, non avevo un cazzo da fare.

 

 

*: il suo ego è straripato (cfr. Robbie Williamas, The ego as Landed)

 

**: il giorno in cui ho scritto sto coso

 

 

 

 

 

 

 

10月22日

EQUAZIONI DIALETTICHE

Immagino che tutto sia cominciato nella mansarda di Psico-M.
Non so quanti anni avessimo allora, Dott.sa Pallina, la stessa
Psico-M e io.
Di certo, andavamo ancora al liceo e tra un pigiama party
e l'altro, iniziammo ad analizzare i nostri rapporti con l'altro
sesso come se fossero delle gigantesche equazioni irrisolvibili o
dal risultato che non è quello che ti aspetti.

Crescere, non ha migliorato le cose.

Più esperienze accumuli (e per il sacro potere dell'empatia
femminina
ogni esperienza vissuta da un'amica è come se
l'avessi vissuta anche tu) più la gamma dei possibili significati
sottintesi e relative evoluzioni aumenta.

L'ultima volta che ci siamo ritrovate in quell'angusto spazio
per raccontarci i fatti nostri e analizzare le relative "situazioni"
ho chiuso gli occhi e ho visto un'enorme lavagna capace di
contenere i grafici di tutto quello che avevamo ritenuto possibile
essere "realmente" accaduto.

Una volta lo chiamavano "taglia e cuci". Adesso che siamo colte ed
emancipate "psicologia relazionale".

Fatto sta, che la nuova scienza ha fatto proseliti e si è diffusa anche
tra le altre amiche che ho conosciuto nel resto della mia vita.

L'altra sera, "quella che non si chiama Marika" mi ha chiesto
cosa volesse dire "realmente" il suo attuale flirt, quando le ha detto
che desiderava avere una relazione come se fossero fidanzati ma
senza dirsi e senza essere fidanzati.
Mi ha chiesto, se all'origine di questa follia vi fosse paraculaggine o
paura.

Alle due di notte, ho avuto una rivelazione. Da questo momento
in poi:

- Se dici "A", per me è "A" e non mi chiedo più se "A" in realtà
sia " = B " , o " = D + alfa".

Se poi quella "A" non è solo una "A", ma una "A alla seconda, alla
terza, ecc...", lì rimango.
Perché se tu elevi a potenza, non sta a me estrarre la radice
quadrata
e scovare il valore assoluto delle tue reali intenzioni.
E non è algebra, non è psicologia, ma filosofia orientale.

Ho scoperto il Tau-Cortese: contemplo il fenomeno e cedo ad esso;
alle cose così come si manifestano e appaiono.
Non me ne frega niente della poiesi e dell'evoluzione.

P.S. (anche se sarebbe più giusto scrivere "P.p.", ovvero "post post" o "post alla seconda") Cosa volevo dire con questo post? Semplicemente che: - X=2Y.
E non è algebra. E' buona educazione: alle volte è meglio tacere.

8月24日

RELAZIONI & DISTANZA

 
Non ci avevo mai fatto caso, ma da un punto di vista strettamente
linguistico, l'espressione "relazione a distanza" è un ossimoro.
dal De Mauro:
relazione: (...)  vincolo, rapporto fra due o più persone,
gruppi, nazioni (...)
distanza: spazio che intercorre tra due luoghi, due cose, due
persone e sim. (...)
La grammatica dunque, sembra dar ragione a tutti quelli che - almeno
una volta nella vita - mi hanno detto di non poter sopportare una
condizione del genere; che secondo loro un rapporto non è un rapporto
senza la presenza costante del partner, senza la quotidianità.
 
Non che io abbia un'opinione ben precisa in merito. So solo, che conosco
persone felicemnte accoppiate e distanti e altre che pur di non stare sole
si accontantano, palesemente. Estremismi di segno opposto.
 
Per quanto mi riguarda posso solo dire di non essermi mai trovata
nell'una nell'altra condizione, piuttosto in quella in cui ci accoppia
sapendo ben presto di scoppiare perché uno dei due si deve allontanare
e che quelle (due?) volte in cui sono stata innamorata, non avrei mai
voluto nessuno se non lui. La vera distanza - e in quel caso davvero
incolmabile - era tra me e chiunque altro avessi avuto accanto.
 
Volendo poi allargare il discorso alle relazioni non sentimentali, la questione
si complica ulteriormente. Esistono - e sono molte di più nella mia vita -
persone che considero speciali, benché non le viva tutti i giorni.
 
Una di loro l'ho rivista qualche giorno fà.
 
Fedele alla (mia) linea, ne tutelerò la privacy utilizzando un soprannome:
P.C.A.; che non sta per <<Partito Comunista Ancora>> ma per << colui
che può chiamarmi Antonellina, senza farmi incazzare>>.
 
Una birra, un film e parecchi arretrati da recuperare raccontando dopo, la
discussione con lui, scivola su un argomento ben preciso: i rapporti che
sembrano non uscire mai dalla tua vita, nonostante tutto, nonostante
scelte di segno nettamente opposto.
 
Non che la cosa mi abbia stupito: accade sempre, a intervalli irregolari
di tempo, da quando conosco P.C.A.. Ovvero da circa 12 anni. 
 
Ma la somma delle due cose, lui (e quello che significa per me) e la discussione
sulle relazioni nonostante le distanze, mi ha fatto pensare.
 
Per prima cosa al nostro rapporto. Non siamo mai stati quel genere di amici
che si frequentano quotidianamente e che si tengono in contatto. Ma al di
là del tempo e dello spazio, qualcosa fa sì che sia una persona con cui non
ho mai smesso di "relazionarmi".
 
So di non aver mai condivisto del tutto il suo modo di vedere il mondo, che
conosco la sua opinione sul 90% delle cose di cui parliamo prima ancora
che me la dica e che mi fa piacere sentirgliela dire.
 
So che solo lui è P.C.A.: ovvero, so che solo lui può chiamarmi Antonellina
- accarezzandomi la testa - senza farmi incazzare.
 
Non perché davanti a lui mi senta ancora la16enne che ha appena iniziato
a scoprire il mondo. Ma perché mentre vago raminga per l'universo in cerca
di punti di vista che non ho mai conosciuto, la differenza tra il mio e il suo
resta la pietra miliare da cui inizio a misurare le altre distanze. Nello stesso
istante, vedo la strada che ho fatto e riconosco la parte di me che non
cambierà mai.
 
Ho pensato anche ai miei compagni di classe. Non a tutti, ma a quei pochi
di cui continuo a interessarmi e a chiamare così per distinguerli dal resto delle
persone che conosco e che frequento. Dire "amici", nel loro caso, sarebbe
fuorviante.
 
La mia quotidianità e la loro è fatta da altro dal 1998: alcuni vivono in città
diverse e tutti abbiamo interessi talmente diversi e intensi da renderci, per
così dire, "ognuno per i cazzi suoi". Siamo fatti così. Lo so. Lo sappiamo. 
 
Ma so anche che quelle poche volte all'anno in cui abbiamo la possibilità di
stare insieme, lo facciamo. E non è nostalgia o assenza di alternative: non
ne possiamo fare a meno. Siamo, l'uno per l'altra, lo specchio dal quale non
possiamo e non vogliamo sfuggire. Il momento della verità, del raccontare se
stessi scoprendo il senso di ciò che si è fatto, nella certezza di avere davanti
qualcuno che sa dove posizionare ogni tassello di quel complicato puzzel
che è la tua vita, perché la conosce. Perché ti conosce, nonostante l'assenza
(o la non quotidiana presenza) e la distanza.

So che il significato vero di certe relazioni lo scopri solo a distanza.

7月30日

Pubblico Dominio & pari opportunità

 

L'esercito delle donne blogger

 

Articolo de la Repubblica di oggi, edizione on-line:
 
 
Non sarò una blogger professionista, ma essere
una donna è la mia professione da tutta la vita.
 
Cerco di svolgerla con impegno: osservo le mie
colleghe, tento di impare qualcosa da quelle da
cui credo di poterlo fare,  mi tengo aggiornata sulle
ultime novità e tendenze.
Ovvio che un articolo del genere suscitasse il mio
interesse, di certo non il mio stupore.
 
Io so che le donne scrivono. Ovviamente non tutte,
ma quelle più interessanti sì. Lo hanno sempre fatto.
Scrittrici e giornaliste ma anche attrici,
fotografe, registe, cantanti. Sì, scrivono anche loro: il
risultato dei lori sforzi e le loro biografie sono opere
da intel-legere.
 
Si dice però che il fenomeno blog contenga una novità
rilevante, tanto che quasi tutti i quotidiani e settimali
più importanti del paese hanno dedicato intere pagine
all'analisi di questo universo.
 
Sintetizzando, il nocciolo della questione, la presunta
novitàsembra essere che nella nella maggior parte
dei casi, a essere autrici e frequentatrici di questi
spazi virtuali, siano cosiddette "persone comuni".
 
Ma se c'è, è davvero questa la differenza? Mi permetto
di dissentire.
 
Nell'era pre-informatizzata le donne che non si esprimevano
in una dimensione pubblica  lo facevano comunque. E anche
se molte di loro non scrivevano, certamente pensavano e
soprattutto parlavano, per lo meno tra di loro.
 
A me pare che continuino a fare lo stesso, sebbene
utilizzando uno strumento diverso. E soprattutto, oggi
come ieri, nessuno è obbligato a prestare attenzione.
 
La facilità con cui si può acquisire un dominio internet o
anche solo creare e gestire un blog, non ha reso
pubblico quello che prima era privato.
Ha solo reso di pubblico dominio qualcosa che in realtà
era solo sconosciuto al resto del mondo, o volutamente
ignorato.
 
 
La vera differenza è che il volume di relazioni che è possibile
intrecciare tra quanti condividono lo stesso interesse è
enormente aumentato e che le società di marketing se ne
sono accorte, investendoci sopra fiumi di denaro.
 
E se ci sono delle astute signore che cavalcando l'onda
riescono a concludere affari, non mi stupisco; perché
conosco le donne.
Checchè se ne dica, non è difficile, basta osservare.
e forse grazie a internet anche gli
uomini, hanno pari opportunità.

 

7月29日

PROFUMIERA & FELICE*

 

 

Festa esclusiva in attico di via Libertà- il giorno
dopo: i fumi dell’alcool consegnano solo ricordi
sbiaditi.
 
Un figaccione assassino, spalmato a un muro, si
rivolge a me dicendo: “Ma questa festa è piena di
donne favolose.” Mi volto e con fare altezzoso
rispondo: “Lo puoi ben dire!” Giro i tacchi e vado via.
 
Scena numero due: circondata da quattro trentenni
che mi offrono da bere, mi invitano a cena e alla
prossima festa a casa di…, non trovo niente di meglio
da fare che congedarmi con una mirabolante citazione
in latino. Il (non-) più spavaldo della compagnia si
ferma inebetito.
 
Se un indizio non è prova, due indizi sono un sospetto.
E tanto basterebbe a un discreto osservatore per svelare
la mia vera identità e spedire dritto alla mia porta il
Tribunale della Santa Inquisizione Sociale.
 
Perché io, sono una Profumiera, almeno negli ultimi tempi,
una profumiera felice. Appartengo a quella schiatta di Streghe
Cattive che a differenza della matrigna di Biancaneve non
fanno mangiare la mela a nessuno.
 
Crimine odioso, empietà, sentenziano gli uomini. Mentre
donne comuni, pubblicamene ci denigrano e segretamente
ci ringraziano: smascherata la profumiera ed espostala al
pubblico ludibrio, sanno di avere una concorrente in meno.
E infatti solitamente sono loro, le donne comuni, le delatrici.
 
Per questo ogni profumiera che si rispetti, effonde la sua
essenza con discrezione, poco per volta.
Se lo scambio di aneddoti sessuali e/o affini al suo riguardo
procede troppo in fretta, ogni facoltà imbonitrice si annulla,
svanisce.
 
Ma se davvero dovrò perdere i miei poteri - sooner or later - lo
farò adesso e da eroina, proclamando la fede a cui non intendo
abiurare.
 
Confesso, di provare piacere nel farmi corteggiare da chi, fino
a quando puntavo tutto sull’intelligenza e pesavo 10 kili in
più, non l’avrebbe mai fatto, per poi mandarlo via in preda al
delirio ormonale.
 
Non che io sia una donna viziosa, per lo meno non in tal
senso. Piuttostocredo di essere impegnata in una missione 
moralizzatrice.
 
Se un belloccio presumibilmente potente, crede di potermi
conquistare ostentando ricchezza, giudicandomi di fatto una
sgualdrina, perché ciò che mi offre è in buona sostanza
vendermi, se la merita una profumiera che lo distrugga.
 
Se pensa di essere esentato vita natural durante, dallo sforzo
di cercare qualcosa di non stupido da dire per avviare una
conversazione, una risposta forbita è il più grande favore che gli
si possa fare: può capire di aver ancora tanto da imparare.
 
 
A chi mi dice che sarebbe più coerente evitare personaggi
siffatti e i luoghi in cui s’incontrano, piuttosto che cedere
alla tentazione e trasformarsi in “giustiziera del bello di
notte” , rispondo che anch’io ho le mie debolezze.
 
Per quanto profumiera, intellettualmente rimango una donna
onesta e ammetto di avere bisogno di incontri come questi
alle volte: datemi cento soggetti del genere in una stanza e
saprò di essere la più intelligente lì in mezzo. Sono vitamine
per il mio amor proprio.
 
A chi invece suggerisce comportamenti di segno opposto
(concedermi e farlo solo per me, andando via subito
dopo, come se nulla fosse o come se fossi io il maschio
stronzo), confido di averci provato.
 
O quasi: ne ho baciato uno una volta, per farlo stare zitto.
Non riuscivo più a sopportare il suono della sua voce mentre
diceva “quanto sei bella”, “sei stupenda” e frasi simili. Per dieci
secondi ha funzionato. Poi, sul “ma lo sai che baci benissimo?”
sono scappata… era decisamente troppo.
 
Il fatto è che io con questi imbecilli non ce la faccio davvero.
Me ne vado a casa, mi chiudo in camera e provo a leggere un
libro. Del resto, se proprio devo essere sincera, sai che tristezza
beccarne uno che decisamente non sa dove mettere le mani… lui.
 
* è un pò vecchio, ma ho trovato soltanto adesso un pò di tempo per finirlo o il coraggio di pubblicarlo.
Non sarò più profumiera ma intellettualmente non ha mai smesso di essere onesta.
6月16日

Equazioni Esistenziali

 
 
Qualcuno intorno a me ha detto: - Il M'ama ha
cambiato gestione - e ho avuto paura.
 
Quel locale mi ha salvato la vita, penso, e soprattutto
il M'ama era "il M'ama" perché per entrare al M'ama
dovevi avere la tessera d'oro o la figa di platino.
 
Sprovvista di entrambe le cose, mi affidavo al 
principe della pashmina, un mio ex fidanzato,
il miglior ex che abbia mai avuto, nonché l'unico
uomo al mondo capace di indossare sciarpe ad
agosto e non sudare.
 
Lo chiamavo al cellulare dal ciglio della strada
dove mi lasciavano, disperata, dei buttafuori
(o "non introduci dentro") orchi e senza cuore.
E se i principi delle favole marciavano su 
cavalli bianchi, lui arrivava in groppa
alla sua Smart, sguainava la tessera come
un'alabarda e con semplice gesto della mano
la pulzella (io), con seguito di amiche, accedeva
al castello incantato.
 
Forse per questo, non mi aspettavo di trovarlo là
ieri sera: troppo facile.
 
Incerta sui risvolti edonistici dell'estate a venire
sorseggiavo rum & cola, dalla
solita postazione:
sdraiata sui cuscini mentre tutti gli altri ballano. 
Quando improvvisamente eccolo arrivare,
insolitamente spavaldo. Il principe della pashmina,
come ogni eroe che si sirispetti, mantiene
generalmente un misterioso riservo.
 
Mi siede accanto, fa finta di corteggiarmi (o sono
io che continuo a non capire), si scherza, si ride,
si beve. Come sempre.
 
E come sempre prepara sigarette di buon
tabacco.
 
Mi racconta del suo viaggio negli Stati Uniti.
E' l'unico uomo che conosco, che conosce la
differenza tra New York e Manhattan.
Infatti, mi parla di Manhattan, mica di 
New York. 
 
"Tutte le novità culturali del mondo vengono
da te e non sei tu che devi andarle a cercare...",
"se vuoi una cosa la compri..." e te la portano 
a casa, aggiungo.
"Niente macchina, cammini a piedi o in taxi."
Anche con la metro, dice lui, ma io lo vedo
già con l'autista.
 
E' il posto migliore in cui vivere, per quelli come
noi, conclude. E io trasalisco.
 
Distolgo lo sguardo lontano, oltre lo stretto.
Forse immagino di fuggire in luoghi sconosciuti, 
ma mi fermo sulla punta della costa: c'è ancora
l'ex pilone dell'Enel lì, illuminato. L'hanno tenuto
in piedi perché è un reperto di archeologia
industriale.
Non avremo avuto l'industria, ma i reperti
di ogni epoca, con relative illusioni, non ce li
siamo certo fatti mancare.
 
Ricordo la sensazione che ho provato la prima
volta che  osservai quella torre illuminata dalla
spiaggetta del M'ama: sollievo, liberazione.
Passavo le serate estive proprio lì, sotto il pilone
prima che tutto cambiasse.
Eppure non credo di essermi mai divertita, c'ero
solo abituata; non mi sembrava di avere
alternative.
.
 
No, non è stato il M'ama a salvarmi la vita, nè il
principe della pashmina, diciamo che tutto è
accaduto quando non poteva non accadere.
 
E se non vivo nella patria del più fottuto e fiero
individualismo, ma nel regno del corporativismo
di ogni sorta e di ogni tipo di consorteria, posso
non essere un'individualista e vivere dentro 
un'equazione:
 
 Lui = M'ama
 
 M'ama : Messina = Rockfeller Centrum : Manhattan
 
 Io + M'ama = Io + Manhattan
 
ovvero
 
 Io + Lui = Io + Manhattan
 
 
 
 
 
 
 
6月6日

Alter Ego

 
 
Internet point.
Scrivo le mie cose, la faccia incollata allo schermo.
Poi mi volto distrattamente e la vedo: il mio alter-ego,
io a 35/38 anni.
 
Faccia abbastanza vissuta e non troppo truccata: quel pò
che basta a non sentirsi una barbona.
 
Abbigliamento da viaggiatrice. Viaggia da sola, immagino,
so.
Le scarpe sono comode, ma pur sempre da donna e la
borsa, cosa davvero fondamentale, è ampia.
 
Fogli volanti - non taccuino - per appunti vergati a mano.
Quando inizia a scrivere non sa dove la porterà la penna
e ha bisogno di farlo così: su uno spazio bianco, senza un
verso che sia quello giusto perché qualcuno a già deciso
così.
Sa di poterli perdere da un momento all'altro, se non
sta attenta e le va bene.
 
Grafia elegante ma veloce
 
Un blog sullo schermo davanti a lei.
6月3日

Sex and the City - Our Movie: fotosintesi della serata

 
 
 
 
 
 
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Non c'è foto che possa sintetizzare meglio la serata. Lo dico a ragion veduta, ne ho fatte decine e alla fine la vincitrice è lei: tacchi  tremanti - il mio e quello della B.-san - prima dell'inizio del film.
 
 
P.S. se Mr Big è senza parole, qualcosa, almeno Lui, la fa...
 
4月30日

Sull'Eroina mia eroina

 
 
Credo sia abbastanza evidente dando un'occhiata a
questo space. Inutile girarci intorno: ho bisogno
d'ispirazione, alle volte, di eroine degne di questo
nome. Ne ho talmente bisogno che a volte ho la sensazione
di andare in crisi d'astinenza, come se le "eroine" fossero
la mia eroina.
 
Una delle più remote della mia vita è Rossella -Scarlett-
O'Hara, la protagonista di Via col Vento.
Sarà merito -o colpa- di mia nonna, che me l'ha fatto
vedere e rivedere e ancora rivedere da quand'ero in fasce,
ma ho un rapporto talmente atavico con quel film, che
neanche Bruno
Vespa, con la sigla di Porta a Porta, è riuscito
a farmelo odiare.
 
Tuttaltro.

Scena finale del film: dopo quattro ore di disgrazie, Rossella
di nuovo ricca e sicura, è sola, disperatamente sola. Piange
e si chiede ‹‹cos’è che conta nella vita?››
Ma è uno smarrimento momentaneo. Improvvisamente, alza la
testa e dice: – Tara. A casa, a casa mia. E troverò un modo
per riconquistarlo, dopotutto, domani è un altro giorno…

Ho sempre amato la Rossella O’Hara, che in preda alla fame e
alla disperazione giura davanti a Dio che i nordisti non la
batteranno e che non soffrirà mai più la fame (‹‹… né io,
né la mia famiglia! Dovessi mentire truffare, rubare o
uccidere, lo giuro davanti a Dio, non soffrirò mai più la fame!››).
 
Ma recentemente, ho scoperto di odiare questa
Rossella, quella dell’ultima scena, per invidia.
Perché lei, alla fine della fiera, qualcosa a cui
aggrapparsi ce l’ha. L’ha difesa e strenuamente,
certo; ma ce l’ha.
E io invece? Cos’è che conta nella vita, per me?
Finita l’epoca dei sogni, entrata ufficialmente e a
buon diritto nella stagione dello spietato realismo,
niente affatto consolatorio, non ho neanche una
cazzo di piantagione, patria spirituale o bene
succedaneo a cui aggrapparmi.

Proprio come Rossella, ho giurato davanti a Dio
che avrei sconfitto i miei nemici (i miei fantasmi)
e saziato la  mia fame (di comprensione); lì
dov’ero, con un mucchio di sabbia stretto in mano.

Ho giurato che se qualcuno mi avesse di nuovo ferito,
nessuno, mai più, mi avrebbe distrutto. Che se mi
avessero di nuovo rubato qualcosa, avrei fatto in modo
di possedere dell’altro.  

Eppure qualcosa non torna.
 
Il punto è che io non ho niente e non credo in niente e se
ci credo, non l’accetto. Come Ivàn Karamazov.
Ma sono pur sempre un essere umano, e la vorrei
anch’io ‹‹qualcosa per cui valga la pena di lavorare, di
soffrire, di morire, perché è la sola cosa che duri!››

Cerco nei libri, nella letteratura, nella psicoanalisi, nei film,
una soluzione. Qualcosa che  mi renda davvero libera, estirpando
definitivamente “il male”: questo insopportabile bisogno di credere
 in qualcosa.
 
Tutte le grandi scoperte scientifiche sono banali. Talvolta, le
soluzioni che illuminano l’esistenza, senza cambiare il mondo
ma la  percezione che hai di esso, il che è la stessa cosa, lo
sono altrettanto.

Improvvisamente vedo per la prima volta quello che avevo
sotto gli occhi da almeno 16 anni, da quando ho visto per la
prima volta quello stramaledetto film: vero è che quella gran culo
di Rossella O’Hara, alla fine lo capisce che cos’è che conta nella
vita. Ma solo dopo una serie incredibile disgrazie, lutti, errori
commessi e soprattutto, dopo aver detto almeno mille
volte ‹‹non posso pensarci adesso, se no divento pazza... ci
penserò domani!››

È questo quello che le dà la forza. Non l’amore che crede di provare
per Ashley o l’attaccamento per Tara. È grazie a tutti questi "ci penserò
domani" che mantiene lucidità e fermezza, che resiste, combatte, vive.
Non sopravvive.

Nel frattempo, quello che costruisce davvero è se stessa. Anche se il
prezzo da pagare è perdere l’unico uomo che abbia mai amato, senza
rendersene conto. Quel Reth stremato, che alla domanda ‹‹se te ne
vai, che ne sarà di me, che farò?›› non può non risponderle con
l’ottimo ‹‹francamente, me ne infischio!››
 
Già Reth se ne va, perché lui è quello che ha ‹‹un amore per le cause
perse, quando sono proprio perse ››. Sfortunatamente a pensarci bene, 
credo di essere più simile a lui che non a Rossella.
Oh, ma non posso pensarci adesso, se no divento pazza, ci penserò domani!
 
 
* l'ho scritto qualche anno fa, ma lo pubblico oggi per dedicarlo a mia nonna,
nei giorni del suo compleanno, se ancora fosse qui.

 

 

 


4月26日

Il mio 25 Aprile

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Adoro il 25 Aprile.
Tra tutte le feste "civili" è quella che mi piace di più: la premessa
per tutto il resto.
 
Quest'anno però niente celebrazioni, per me, ma le
amiche di tutta una vita, la mia famiglia, la mia
bambina (la mia cagnolina).
 
Intorno mezzoggiorno, in compagnia della più fedele delle mie
compagne, la B.-san*, comtemplavo lo stretto di Messina da un
noto bar, nella zona più panoramica della città.
 
Gustavamo i nostri caffè, leggevamo i giornali, commentavamo
le indiscrezioni sul nuovo governo e su "Sex and the city - il
film", di prossima uscita.
 
Avevamo lo sguardo di due persone soddisfatte, che si stavano
godendo la giornata e che sono felici di essere quello che sono:
donne, politicizzate, abbastanza autonome e fiere delle loro scarpe.
Sì, anche quello: fiere delle loro scarpe.
 
Mi corre una precisazione: quando parlo delle amiche di tutta una
vita, devo aggiungere che per quanto siano "mie" amiche, non tutte 
lo sono tra loro; o per lo meno non tutte hanno l'abitudine di
frequentarsi.
 
Eppure, camibiando giro, qualcosa nel discorso non cambia.
 
L'aperitvo, nel tardo pomeriggio, me lo sono concesso in compagnia di 
 psico-M.* (e il suo uomo); una mia "non ex" compagna di classe.
"Non ex" perché i compagni di classe lo saranno per sempre, specie
se hai avuto la fortuna di incontrare persone speciali (o la capacità di
costruire rapporti speciali).
 
Come suggerisce lo pseudonimo, è anche una giovane psicologa, impegnata
nel sociale, grande viaggiatrice e una delle persone migliori che abbia mai
conosciuto.
 
Ebbene, appena arrivata all'appuntamento mi mostra fiera le sue nuove
scarpe. Anche lei. Certo, le sue sono delle fricchettonissime ballerine
rosse, non degli stivaletti con punta rotonda o tacchi alti. 
 
Ma come dire, in genere non ci si aspetta che "una come lei" possa fare 
attenzione a questi particolari. E  in tutta onestà, credo che fino a qualche
tempo fa lei stessa non avrebbe mostrato tutto questo entusiasmo.
 
Nonostante tutto, il vero colpo di scena deve ancora arrivare.
 
Davanti alla mia birra e al suo enorme gelato (ho dimenticato di dire
che anche una delle persone più genuinamente amante del cibo che
abbia mai conosciuto) iniziamo i nostri soliti discorsi.
La poltica (ovviamente), il (suo) lavoro, i libri che stiamo leggendo e
i sogni (altrettanto ovviamente).
In particolare, mi racconta la sua ultima avventura onirica: Carrie
Bradshaw che le chiede di comprarle un paio di scarpe.
 
Di solito sono io che "uso" la sua competenza per interpretare i miei 
sogni e per quanto abbia assorbito nel tempo parte della sua scienza, devo
dire che non ci vuole un genio per capire il senso di quello che mi
aveva appena raccontato.
 
Semplicemente, Carrie era una proiezione della sua parte più frivola
che le ricordava i suoi bisogni o un desiderio, prontamenente esaudito.
 
Eppure, mentre tornavo a casa sulla mia botomobile, con il finestrino aperto
e la solita sigaretta accesa, non riuscivo a smettere di pensare. Continuavo
a chiedermi cosa c'entrano quelle "come noi" con Sex and the City?
 
Mi sentivo anche un poco stronza: era il 25 aprile, il che strideva non poco
con l'immagine di noi, immerse nei fatti nostri, ritirate a vita privata.
Forse siamo diventate figlie del nostro tempo: abbiamo assorbito e rielaborato
l'individualismo edonista in una versione adatta alle nostre
longitudini.
 
Improvvisamente anche il giornale che tenevo in mano la mattina,
mi sembra un fetticcio: perché una donna che tiene in mano un quotidiano
e commenta le notizie si da un tono, inevitabilmente: ed è come indossare
una bella borsa.
 
Poi mi sono detta che no, non poteva essere così.
Me ne stavo ancora nella mia botomobile, tranquilla in mezzo al traffico.
Se anche avessi più denaro di quello che ho, so che non spenderei mai
cifre importanti per una macchina. Pernché non amo le macchine, nè lo status
symbol: amo la libertà che mi dà possedere un mezzo che mi
consente di fare le cose da sola, quando voglio e con chi voglio.
 
E amo la mia botomobile scassatissima perché è stata una delle mie compagne 
di vita (anche lei). Oltre che qualcosa di simile all'isoletta pensatoio
dell'imperatore Adriano.
E amo le mie compagne di vita in carne e ossa (le mie amiche), per tutti i
discorsi (i lunghi discorsi) che abbiamo fatto crescendo. Per le discussioni e i
confronti (anche aspri) che abbiamo avuto e l'eterna solidarietà mostrata nei
momenti difficili.
 
Soprattutto le amo (e le ho scelte) perché sono tutte, ognuna a modo suo,
delle combattenti, che in un mondo conformista, in cui l'unica scelta è tra un 
conformismo e l'altro, hanno voluto essere individui con una visione non solo
critica ma personale delle cose.
 
E se c'è voluto una minchia di telefim per farci capire che avevamo ognuna
diritto alle sue scarpe (quelle in cui ci si sente bene), chi se ne frega...
 
Il conto alla rovescia è iniziato: tra circa un mese esce il film.
Prenderò la mia botomobile, caricherò in macchina i miei tesori e sarà una
giornata spettacolare.
 
* dal momento che voglio bene alle mie amiche ho intenzione di tutelare
il loro giusto diritto alla privacy e usare degli pseudonimi.
 
 
 
 
 
4月24日

De pudicitia (dal vecchio blog)

Credo di essere una donna pudica.
Sebbene della pudicizia abbia un concetto del tutto particolare.
 
Ho usato il topless una volta, in luogo sperduto, dove nessuno mi conosceva.
Non mi sentivo né nuda, né desiderata o desiderabile, mi sentivo libera e
indifferente, quasi invisibile.
Esponevo il mio corpo al sole perché evaporasse. Se anche sguardi audaci si
fossero posati su di me, non credo che me sarei accorta. Di fatto, non me
ne sono accorta.
 
Alle volte mi sorprendo ballerina disinibita, ma in quei momenti non ho la
sensazione di essere osservata. Sono solo convinta di essere chiusa nella
mia stanza: ballo come ballo quando non mi vede nessuno.
 
Credo di aver sviluppato una forma del tutto personale di autismo: la
sindrome di Piskarev (mi piace chiamarla così in onore di un sublime
personaggio inventato da Gogol ne la “Prospettiva Nevskij”).
 
Quello che non riesco a esporre sono le mie emozioni.
Le considero il bene più prezioso che ho. Non posso sciuparlo,
esporlo alla cattiveria e alla superficialità, che può essere ancora più
feroce.
Credo sia più rischioso mettere a nudo le proprie emozioni che la propria
carne.
 
È rischioso. Per questo non riesco a condividerle se non con un ristretto
numero di persone e mai con nessuno completamente.
 
Distribuisco le confessioni, come l’acuto agente di finanza distribuisce il rischio.
Gli investimenti vanno pur fatti, dice l'economista, se si vuol diventare
ricchi, bisogna avere il coraggio di rischiare.
 
Il mio singolare modo di concepire la pudicizia, ha dunque come fondamento un
principio di scienza economica, non esistenziale.
Devo essere davvero stronza, oltre che pudìca.

 

CAMBIAMENTI

 
Qualche giorno fa, qualcuno, ha rubato la mia borsa.
Una favolosa borsa nera, resa ancor più favolosa dall'essere entrata
in mio possesso grazie a una maxi svendita.
 
Ovviamente, buona parte della mia vita pubblica e privata giaceva lì dentro.
 
E a proposito di maxi svendite... mi hanno fregato anche un porta trucchi
con i pezzi migliori della mia collezione, raggranellati anch'essi, in mesi di
appostamenti alle più incredibili offerte della città.
Valore di mercato: 45 euro circa. Valore per la giovane Cortese, regina dei
saldi, 17 euro e 50.
 
L'aspetto più fastidioso della vicenda, almeno per quanto mi riguarda, è
stato adempiere a tutte le faccende burocratiche che una situazione del
genere comporta: fare la denuncia, bloccare bancomat, scheda del telefono,
rifare i documenti ecc...
 
Non oso lamentarmi del resto. Soprattutto perché ho la fortuna di avere un
fratello molto - forse troppo - generoso.
 
Tuttavia, c'era, e c'è, di che arrabbiarsi.
 
Ho scelto di non farlo e di approfittare della situazione.
 
Non amo particolarmente i cambiamenti. Anzi, li detesto. Ma l'unica cosa al
mondo che odio davvero sono i rami secchi. Le scorie inutili.
 
Mi è capitato più volte di assistere allo sconcerto che alcune mie scelte
provocavano nelle persone a me più vicine.
Le giudicavano impulsive e inaspettate.
 
In verità, non credo di aver mai preso una decisione senza averla meditata
a lungo. Il problema è che l'elaborazione dei dati, è una cosa che tengo
per me. Ma quando il risultato arriva non torno indietro. Mai.
 
Non che me ne vanti particolarmente. Solo, è così.
E per dirla tutta, non mi sono mai pentita.
 
Così questa volta, visto che qualcuno ha avuto la brillante idea di fottxxxx
(tra l'altro) i documenti e il cellulare, ho deciso di assecondare il flusso e
mi sono liberata (per mia scelta e non per volontà altrui) di un paio di cose
che non avevano più senso di esistere.
 
Prima fra tutte del mio - a questo punto  "vecchio" - numero di cellulare
che, incredibilmente, non avevo mai imparato a memoria. Forse perché me
l'avevano regalata, ma quella scheda, ha sempre avuto un sapore provvisorio
ed estraneo.
 
Ho cambiato anche indirizzo e.mail: "tony cortese"... vaffxxxxxx!
L'ho mantenuto in vita per comodità, ma lo detestavo.
 
Mi ricorda un'altra vita. Una in cui non avrei mai parlato di trucchi
perché non mi sapevo neanche mettere la matita.
Una vita in cui ero un cognome e non un essere umano. 
Ma questa è un'altra storia... o scoria.
 
In ogni caso, ora che mi sono riappropriata del mio nome, oltre che del
mio cognome (al quale, peraltro, non ho mai rinunciato) sono felice.
 
Avendo un nuovo indirizzo e.mail, ho deciso di aprire anche un nuovo
space (in cui salverò alcuni contenuti del precedente, solo quelli che valgono
qualcosa, almeno per me) e di dargli un concept che sia più vicino a come
mi sento adesso.
 
Il vecchio space l'avevo abbandonato per mesi e mesi. Negli ultimi giorni, mi
era venuta voglia di riprenderlo e sentivo che quella cacchio di "tony" non
c'entrava una mazza (per usare un dolce e gentile eufemismo). Mi infastidiva.
 
Si dice che quando qualcosa cambia in una donna, va subito dal parrucchiere.
Credo di essere lontana da quella fase.
 
Ma so che arriverà giorno in cui mi farò rossa, almeno per un periodo. Un bel 
rosso carota, alla Mila Azuki o Anne Shirley (Anna dai capelli rossi): Amo le
out-sider non le famme fatale rosso mogano alla Gilda.

 

Non so invece se mi farò mai tatuare l'unica cosa che mi piacerebbe davvero
farmi tatuare: una fenice, l'animale mitico, che rinasce dalle sue ceneri. 
Ma non riesco a fare a meno di chiedermi che senso abbia tenersi tutta la vita
qualcosa il cui senso è il cambiamento; e per quanto elabori, non vengo a capo
del risultato. Almeno per il momento.
 
P.S. (rassicurante e solo per quelle - poche - persone a cui posso non dire
"perché voi non potete capire")
Vero è che EVERITHING CHANGES, BUT YOU!
ed è un tatuaggio interiore.
 
In onore del 24 aprile 95, il più bello della mia vita.