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8月24日 RELAZIONI & DISTANZANon ci avevo mai fatto caso, ma da un punto di vista strettamente
linguistico, l'espressione "relazione a distanza" è un ossimoro.
La grammatica dunque, sembra dar ragione a tutti quelli che - almeno
una volta nella vita - mi hanno detto di non poter sopportare una
condizione del genere; che secondo loro un rapporto non è un rapporto
senza la presenza costante del partner, senza la quotidianità.
Non che io abbia un'opinione ben precisa in merito. So solo, che conosco
persone felicemnte accoppiate e distanti e altre che pur di non stare sole
si accontantano, palesemente. Estremismi di segno opposto.
Per quanto mi riguarda posso solo dire di non essermi mai trovata nè
nell'una nè nell'altra condizione, piuttosto in quella in cui ci accoppia
sapendo ben presto di scoppiare perché uno dei due si deve allontanare
e che quelle (due?) volte in cui sono stata innamorata, non avrei mai
voluto nessuno se non lui. La vera distanza - e in quel caso davvero
incolmabile - era tra me e chiunque altro avessi avuto accanto.
Volendo poi allargare il discorso alle relazioni non sentimentali, la questione
si complica ulteriormente. Esistono - e sono molte di più nella mia vita -
persone che considero speciali, benché non le viva tutti i giorni.
Una di loro l'ho rivista qualche giorno fà.
Fedele alla (mia) linea, ne tutelerò la privacy utilizzando un soprannome:
P.C.A.; che non sta per <<Partito Comunista Ancora>> ma per << colui
che può chiamarmi Antonellina, senza farmi incazzare>>.
Una birra, un film e parecchi arretrati da recuperare raccontando dopo, la
discussione con lui, scivola su un argomento ben preciso: i rapporti che
sembrano non uscire mai dalla tua vita, nonostante tutto, nonostante
scelte di segno nettamente opposto.
Non che la cosa mi abbia stupito: accade sempre, a intervalli irregolari
di tempo, da quando conosco P.C.A.. Ovvero da circa 12 anni.
Ma la somma delle due cose, lui (e quello che significa per me) e la discussione
sulle relazioni nonostante le distanze, mi ha fatto pensare.
Per prima cosa al nostro rapporto. Non siamo mai stati quel genere di amici
che si frequentano quotidianamente e che si tengono in contatto. Ma al di
là del tempo e dello spazio, qualcosa fa sì che sia una persona con cui non
ho mai smesso di "relazionarmi".
So di non aver mai condivisto del tutto il suo modo di vedere il mondo, che
conosco la sua opinione sul 90% delle cose di cui parliamo prima ancora
che me la dica e che mi fa piacere sentirgliela dire.
So che solo lui è P.C.A.: ovvero, so che solo lui può chiamarmi Antonellina
- accarezzandomi la testa - senza farmi incazzare.
Non perché davanti a lui mi senta ancora la16enne che ha appena iniziato
a scoprire il mondo. Ma perché mentre vago raminga per l'universo in cerca
di punti di vista che non ho mai conosciuto, la differenza tra il mio e il suo
resta la pietra miliare da cui inizio a misurare le altre distanze. Nello stesso
istante, vedo la strada che ho fatto e riconosco la parte di me che non
cambierà mai.
Ho pensato anche ai miei compagni di classe. Non a tutti, ma a quei pochi
di cui continuo a interessarmi e a chiamare così per distinguerli dal resto delle
persone che conosco e che frequento. Dire "amici", nel loro caso, sarebbe
fuorviante.
La mia quotidianità e la loro è fatta da altro dal 1998: alcuni vivono in città
diverse e tutti abbiamo interessi talmente diversi e intensi da renderci, per
così dire, "ognuno per i cazzi suoi". Siamo fatti così. Lo so. Lo sappiamo.
Ma so anche che quelle poche volte all'anno in cui abbiamo la possibilità di
stare insieme, lo facciamo. E non è nostalgia o assenza di alternative: non
ne possiamo fare a meno. Siamo, l'uno per l'altra, lo specchio dal quale non
possiamo e non vogliamo sfuggire. Il momento della verità, del raccontare se
stessi scoprendo il senso di ciò che si è fatto, nella certezza di avere davanti
qualcuno che sa dove posizionare ogni tassello di quel complicato puzzel
che è la tua vita, perché la conosce. Perché ti conosce, nonostante l'assenza
(o la non quotidiana presenza) e la distanza.
So che il significato vero di certe relazioni lo scopri solo a distanza. 8月8日 Ciclo Olimpico (ooooo)
Amo le Olimpiadi. Me le ha fatte scoprire Mila Azuki (la più grande eroina della mia infanzia). Ho atteso con lei i giochi di Seul e da allora non ho mai perso una cerimonia d'apertura. E francamente non ne ricordo una che non mi abbia commosso almeno un pò. Anche se quello è solo l'inizio: ho urlato con Bisteccone Galeazzi mentre a tagliare il traguardo erano gli Abbagnale. Ho puntato la sveglia alle 4.00 del mattino per vedere Yuri Chechi vincere l'oro (Atlanta 1996) e mi sono emozionata ancora di più quando ha conquistato il bronzo (Atene 2004). Non posso raccontare il quinto set delle finali di pallavolo - in cui l'Italia ha perso - perché non ho mai avuto il coraggio di guardarli. Mi tappavo la faccia col cuscino e ascoltavo e basta. Potrei procedere con l'elenco, ma è troppo lungo, anche perché si estende a ritroso: l'esercizio perfetto di Nadia Comaneci alle parellele (Montrèal 76) è tra i miei video preferiti di you tube. Faccio anche preparazione atletica: compro quintali di gelato alla nocciola, da mangiare direttamente dalla vaschetta, insieme a mio padre, guardando la scherma, il nuoto e tifando per le ginnaste russe. Forse è follia o forse una necessità fisiologica. Godere di emozioni come queste, mi riconcilia con la parte migliore dell'essere esseri umani. Ne ho bisogno, ogni 4 anni: è il mio "ciclo", quello olimpico. E forse è tutta colpa del ciclo olimpico se non sono riuscita ad appassionarmi al dibattito Cina-diritti umani, nonostante le molte sollecitazioni ricevute. Ovviamente so che il problema esiste. Ma inaspettatamente, anche per me, mi ritrovo a fare gli stessi discorsi dei membri del Cio. Penso che sia politica (il consesso delle nazioni e le persone di buone volontà che intendono farlo) a doversi occupare di certe questioni; quotidianamente e senza aspettare i grandi eventi. Che agli atleti, spetti un altro compito. Forse sono solo stronza e paraculo (come il CIO). Forse il ciclo olimpico mi manda fuori di testa. O forse ci credo davvero: nell'ideale de coubertiano, nei valori dello sport, nello spirito Olimpico. Credo che su una pista di 100 metri tutti gli uomini sono uguali. Che non conta da dove vengano o quanto duro sia il loro passato, hanno le stesse possibilità. Credo che la risposta migliore a Hitler sia stato Jessie Owen. Credo che certe emozioni ispirino chi le guarda. Credo che quando i riflettori sono spenti e il mondo è in cerca di un altro palconescico, quell'ispirazione può continuare a guidare chi vuole raggiungere l'impossibile. Per questo, auguro agli atleti di essere all'altezza dei loro sogni: di quegli sforzi compiuti con l'ostinata pazienza che solo chi crede ogni giorno in quello che fà può avere. Perché ci credo, o ho bisogno di crederci, ogni 4 anni. Ma forse ho solo il ciclo. Quello olimpico. 8月5日 La Nuda Verità? Nulla di nuovo sotto le bragheBerlusconi censura la Nuda Verità di Tiepolo
e le mette le braghe?
E cosa c'è di insolito o inaspettato?
Nulla di nuovo batte i cieli della nostra Patria, lì dove non dovrebbe battere - e
infatti non batte - il sole.
Si diverte Silvio: niente affatto scandalizzato dai seni e dal ventre dell'ignuda fanciulla, ha
solo pensato che ad accorgersi del trucco
sarebbero stati i soliti intellettuali comunisti
e gli ha inviato un messaggio subliminale: io
lo so che voi sapete, ma tanto sono quì lo
stesso e rido di voi.
Già, lo sappiamo: sappiamo che nasconde ogni tipo di verità - giudiziara, politica,
biologica - con ogni tipo di pezza e make up
e non ci suona nemmeno strano che censuri
gli artisti.
L'unica cosa insolita, rispetto al passato, è che da quando si è insediato il Berlusconi
quater, non si fa altro che parlar di braghe.
Avevamo capito che all'omino di Arcore, le
donnine in pubblico piacciono castigate: a
svelarci almeno questo erano state le mise
abbottonate di Carfagna e Gelmini, firmate
Armani.
E' in privato che nella casa - o casino - delle libertà " si fa un pò come cazzo ci pare"
(C. Guzzanti docet).
Ma il perbenismo ipocrita è il più italico degli "attributi": resiste nei secoli.
Un filo rosso (cardinalizio) parte da Palazzo Chigi e arriva alla Capella Sistina, dinnanzi a
uno dei più celebri dipinti della storia dell'arte:
quel "Giudizio Universale" imbraghettato dai
censori del '500.
Da intellettuale raffinato qual'era, il povero Michelangelo si ritrovò a lavorare per uomini
che disapprovava, non solo moralmente, ma
anche teologicamente. Ma il genio, nel solco
di un'altra tradizione italica, seppe trovare
una soluzione furbesca: e con sapiente gioco
di metafore e allusioni dotte, riuscì a piazzare
nel luoghi più sacri della Cattolicità, opere che
raccontano ancora oggi la "sua" visione dell'uomo
e di Dio.
Se nulla di nuovo batte i cieli della nostra Patria, un sospetto, forse una speranza, può
insinuarsi felicemente nella mia mente.
Forse ad architettare tutto non è stato il Presidente del Consiglio, ma un artista
frustrato, costretto ad accettare per
necessità, le più improbabili commesse.
Come molti prima di lui.
Quelle braghe sulla Nuda Verità, sarebbero molto più che un atto d'accusa: sarebbero solo
la Nuda Verità.
8月2日 Non è mai troppo tardi
- Ero già rimasta indietro ai tempi del commodor
64.
Questo avrei dovuto rispondere all'assistente che
sta seguendo la mia tesi, quando mi ha proposto
di usare filemaker.
Se non fossi tecno-impedita, non avrei scelto studi
umanistici.
Adoravo giocare a nascondino da bambina e a strega
comanda colori. Poi arrivò quell'infernale macchinetta
e il senso di impotenza - immenso - che provavo
ritrovandomi esclusa dal divertimento per incapacità
manifesta.
Insomma, a cinque o sei anni ho litigato con la tecnologia.
Come un'amante respinta, quando sono arrivate le consolle
Nintendo e il Sega Mega Drive, mi sono rifiutata di averci
a che fare: ormai era troppo tardi per recuperare il nostro
rapporto.
Ho cercato di non rimaniere indietro con altri strumenti,
più confacenti alle mie passioni. Ma al terzo walkman
distrutto in due giorni, il momento di dire basta è arrivato
per i miei: non me ne hanno più fatto vedere uno da
vicino.
Non è andata meglio con i cellulari. Il primo Gsm, mi
ha talmente mandato in crisi che per autopunirmi l'ho
perso dopo due settimane.
Da allora le cose non sono un graché cambiate: ho i
niziato a usare il t9 solo due mesi fà.
In compenso, ho dissimulato bene, grazie a Bill Gates:
se usi due o tre programmi del Pacchetto Office e
Messenger la gente crede che tu sia normale.
Ma quello che anche le persone a me più vicine non
hanno mai sospettato è, per esempio, che non so
usare una fotocamera digitale.
Certo, so fare una foto, se qualcuno prepara già tutto
e devo solo schiacciare un tasto. Ma poi? Come la
scarico sul computer?
Con i tempi che corrono posso tranquillamente definirmi
una semianalfateba. Saprò cos'è un distico elegiaco ma
a cosa volete che serva?
Recentemente, Rai Educational ha rispreso e riadattato
aitempi moderni, titolo e concetto base di un programma
andato in onda negli anni sessanta: Non è mai troppo
tardi.
E se allora il masetro Manzi insegnava a leggere e scrivere
a quanti, superata l'età scolare, non erano ancora in
grado doi farlo, adesso lo scopo della trasmissione è
garantire anche agli anziani l'alfabetizzazione
infomatica.
Forse anche la vecchietta mia vicina di sdraio al mare
ha seguito il programma, ho pensato, quando
l'ho vista maneggiare con abilità da 18enne un Ipod
scintillante.
Subito dopo però, è tornato, vivo e pulsante, quel senso
di frustrazione immenso: se è triste constatare di essere
rimasta indietro rispetto ai tuoi cugini di otto anni, quando
è una vecchietta 70enne a correre più veloce di te, la
cosa è molto più che imbarazzante.
E pensare che ero andata in spiaggia per rilassarmi e non
pensare alla guerra tra me e filemaker...
Tornata a casa, ho capito che se ho accettato
di confrontarmi con quel maledetto programma <<per
applicare la tecnologia moderna a una fonte del '600>>
( cito testualmente l'assistente della mia prof.) posso
farlo anche tutto il resto.
Ho interrotto il lavoro al database che sto creando per
scrivere queste quattro righe.
Ma mentre lo faccio, il masterizzatore - che ho scoperto
di avere due mesi fa - fà il suo di lavoro.
Ho incontrato di nuovo la vecchina al mare oggi. Abbiamo
avuto una piacevole conversazione. Ama la lirica lei e le ho
promesso un cd.
Dopo di che sono tornata alla mia sdraio e mi sono assopita
felice, ascoltando dal mio Ipod gli Smashing Pumpkins e i
Depeche Mode. Secoli orsono mi ero ripromessa di trovare
alcuni dei loro album. Adesso, grazie a internet li ho.
Non è mai troppo tardi.
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