antonella 的个人资料Animula Vagula Blandula照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
|
|
4月30日 Sull'Eroina mia eroinaCredo sia abbastanza evidente dando un'occhiata a
questo space. Inutile girarci intorno: ho bisogno
d'ispirazione, alle volte, di eroine degne di questo
nome. Ne ho talmente bisogno che a volte ho la sensazione
di andare in crisi d'astinenza, come se le "eroine" fossero
la mia eroina.
Una delle più remote della mia vita è Rossella -Scarlett-
O'Hara, la protagonista di Via col Vento.
Sarà merito -o colpa- di mia nonna, che me l'ha fatto
vedere e rivedere e ancora rivedere da quand'ero in fasce,
ma ho un rapporto talmente atavico con quel film, che
neanche Bruno Vespa, con la sigla di Porta a Porta, è riuscito a farmelo odiare.
Scena finale del film: dopo quattro ore di disgrazie, Rossella di nuovo ricca e sicura, è sola, disperatamente sola. Piange
e si chiede ‹‹cos’è che conta nella vita?››
Ma è uno smarrimento momentaneo. Improvvisamente, alza la
testa e dice: – Tara. A casa, a casa mia. E troverò un modo
per riconquistarlo, dopotutto, domani è un altro giorno…
Ho sempre amato la Rossella O’Hara, che in preda alla fame e alla disperazione giura davanti a Dio che i nordisti non la
batteranno e che non soffrirà mai più la fame (‹‹… né io,
né la mia famiglia! Dovessi mentire truffare, rubare o
uccidere, lo giuro davanti a Dio, non soffrirò mai più la fame!››).
Ma recentemente, ho scoperto di odiare questa
Rossella, quella dell’ultima scena, per invidia.
Perché lei, alla fine della fiera, qualcosa a cui
aggrapparsi ce l’ha. L’ha difesa e strenuamente,
certo; ma ce l’ha.
E io invece? Cos’è che conta nella vita, per me? Finita l’epoca dei sogni, entrata ufficialmente e a
buon diritto nella stagione dello spietato realismo,
niente affatto consolatorio, non ho neanche una
cazzo di piantagione, patria spirituale o bene
succedaneo a cui aggrapparmi.
Proprio come Rossella, ho giurato davanti a Dio che avrei sconfitto i miei nemici (i miei fantasmi)
e saziato la mia fame (di comprensione); lì
dov’ero, con un mucchio di sabbia stretto in mano.
Ho giurato che se qualcuno mi avesse di nuovo ferito, nessuno, mai più, mi avrebbe distrutto. Che se mi
avessero di nuovo rubato qualcosa, avrei fatto in modo
di possedere dell’altro.
Eppure qualcosa non torna. Il punto è che io non ho niente e non credo in niente e se ci credo, non l’accetto. Come Ivàn Karamazov.
Ma sono pur sempre un essere umano, e la vorrei anch’io ‹‹qualcosa per cui valga la pena di lavorare, di
soffrire, di morire, perché è la sola cosa che duri!››
Cerco nei libri, nella letteratura, nella psicoanalisi, nei film, una soluzione. Qualcosa che mi renda davvero libera, estirpando
definitivamente “il male”: questo insopportabile bisogno di credere
in qualcosa.
Tutte le grandi scoperte scientifiche sono banali. Talvolta, le
soluzioni che illuminano l’esistenza, senza cambiare il mondo
ma la percezione che hai di esso, il che è la stessa cosa, lo
sono altrettanto.
Improvvisamente vedo per la prima volta quello che avevo sotto gli occhi da almeno 16 anni, da quando ho visto per la
prima volta quello stramaledetto film: vero è che quella gran culo
di Rossella O’Hara, alla fine lo capisce che cos’è che conta nella
vita. Ma solo dopo una serie incredibile disgrazie, lutti, errori
commessi e soprattutto, dopo aver detto almeno mille
volte ‹‹non posso pensarci adesso, se no divento pazza... ci
penserò domani!››
È questo quello che le dà la forza. Non l’amore che crede di provare per Ashley o l’attaccamento per Tara. È grazie a tutti questi "ci penserò
domani" che mantiene lucidità e fermezza, che resiste, combatte, vive.
Non sopravvive.
Nel frattempo, quello che costruisce davvero è se stessa. Anche se il prezzo da pagare è perdere l’unico uomo che abbia mai amato, senza
rendersene conto. Quel Reth stremato, che alla domanda ‹‹se te ne
vai, che ne sarà di me, che farò?›› non può non risponderle con
l’ottimo ‹‹francamente, me ne infischio!››
Già Reth se ne va, perché lui è quello che ha ‹‹un amore per le cause
perse, quando sono proprio perse ››. Sfortunatamente a pensarci bene,
credo di essere più simile a lui che non a Rossella.
Oh, ma non posso pensarci adesso, se no divento pazza, ci penserò domani!
* l'ho scritto qualche anno fa, ma lo pubblico oggi per dedicarlo a mia nonna,
nei giorni del suo compleanno, se ancora fosse qui.
MEMENTO"Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto?
Sei una fifona! Non hai un bricilo di coraggio,
neanche quello semplice e istintivo di riconoscere
che a questo mondo ci si innamora! Che si deve
appartenere a qualcuno, perché questa è la sola
maniera di poter essere falici!
Tu ti consideri uno spirito libero... un essere selvaggio...
e temi che qualcuno voglia rinchiuderti in una gabbia.
E sai che ti dico? Che la gabbia te la sei già costruita
con le tue stesse mani ed è una gabbia dalla quale
non uscirai, in qualunque parte del mondo tu cerchi
di fuggire.
Perché non importa dove tu corra, finirai sempre per
imbatterti in te stessa!"
And so, this is "il monologo del tizio" (non ricordo il nome del personaggio),
Quello che però lui non aveva capito è che lei aveva aspettato tutta la vita
qualcuno abbastanza intelligente da capire chi era, sbatterglielo in faccia
e amarla per quello che era, non per l'idea o l'ideale che si era inventato.
O per la comodità di averne una qualunque che gli facesse compagnia.
By the way, questa è la mia personale visione della cosa.
Ma forse, sono solo una fifona.
4月26日 Il mio 25 AprileAdoro il 25 Aprile.
Tra tutte le feste "civili" è quella che mi piace di più: la premessa
per tutto il resto.
Quest'anno però niente celebrazioni, per me, ma le
amiche di tutta una vita, la mia famiglia, la mia
bambina (la mia cagnolina).
Intorno mezzoggiorno, in compagnia della più fedele delle mie
compagne, la B.-san*, comtemplavo lo stretto di Messina da un
noto bar, nella zona più panoramica della città. Gustavamo i nostri caffè, leggevamo i giornali, commentavamo
le indiscrezioni sul nuovo governo e su "Sex and the city - il
film", di prossima uscita.
Avevamo lo sguardo di due persone soddisfatte, che si stavano
godendo la giornata e che sono felici di essere quello che sono:
donne, politicizzate, abbastanza autonome e fiere delle loro scarpe.
Sì, anche quello: fiere delle loro scarpe.
Mi corre una precisazione: quando parlo delle amiche di tutta una
vita, devo aggiungere che per quanto siano "mie" amiche, non tutte
lo sono tra loro; o per lo meno non tutte hanno l'abitudine di
frequentarsi.
Eppure, camibiando giro, qualcosa nel discorso non cambia.
L'aperitvo, nel tardo pomeriggio, me lo sono concesso in compagnia di
psico-M.* (e il suo uomo); una mia "non ex" compagna di classe.
"Non ex" perché i compagni di classe lo saranno per sempre, specie
se hai avuto la fortuna di incontrare persone speciali (o la capacità di
costruire rapporti speciali).
Come suggerisce lo pseudonimo, è anche una giovane psicologa, impegnata
nel sociale, grande viaggiatrice e una delle persone migliori che abbia mai
conosciuto.
Ebbene, appena arrivata all'appuntamento mi mostra fiera le sue nuove
scarpe. Anche lei. Certo, le sue sono delle fricchettonissime ballerine
rosse, non degli stivaletti con punta rotonda o tacchi alti.
Ma come dire, in genere non ci si aspetta che "una come lei" possa fare
attenzione a questi particolari. E in tutta onestà, credo che fino a qualche
tempo fa lei stessa non avrebbe mostrato tutto questo entusiasmo.
Nonostante tutto, il vero colpo di scena deve ancora arrivare.
Davanti alla mia birra e al suo enorme gelato (ho dimenticato di dire
che anche una delle persone più genuinamente amante del cibo che
abbia mai conosciuto) iniziamo i nostri soliti discorsi.
La poltica (ovviamente), il (suo) lavoro, i libri che stiamo leggendo e
i sogni (altrettanto ovviamente).
In particolare, mi racconta la sua ultima avventura onirica: Carrie
Bradshaw che le chiede di comprarle un paio di scarpe.
Di solito sono io che "uso" la sua competenza per interpretare i miei
sogni e per quanto abbia assorbito nel tempo parte della sua scienza, devo
dire che non ci vuole un genio per capire il senso di quello che mi
aveva appena raccontato.
Semplicemente, Carrie era una proiezione della sua parte più frivola
che le ricordava i suoi bisogni o un desiderio, prontamenente esaudito.
Eppure, mentre tornavo a casa sulla mia botomobile, con il finestrino aperto
e la solita sigaretta accesa, non riuscivo a smettere di pensare. Continuavo
a chiedermi cosa c'entrano quelle "come noi" con Sex and the City?
Mi sentivo anche un poco stronza: era il 25 aprile, il che strideva non poco
con l'immagine di noi, immerse nei fatti nostri, ritirate a vita privata.
Forse siamo diventate figlie del nostro tempo: abbiamo assorbito e rielaborato
l'individualismo edonista in una versione adatta alle nostre
longitudini.
Improvvisamente anche il giornale che tenevo in mano la mattina,
mi sembra un fetticcio: perché una donna che tiene in mano un quotidiano
e commenta le notizie si da un tono, inevitabilmente: ed è come indossare
una bella borsa.
Poi mi sono detta che no, non poteva essere così.
Me ne stavo ancora nella mia botomobile, tranquilla in mezzo al traffico.
Se anche avessi più denaro di quello che ho, so che non spenderei mai
cifre importanti per una macchina. Pernché non amo le macchine, nè lo status
symbol: amo la libertà che mi dà possedere un mezzo che mi
consente di fare le cose da sola, quando voglio e con chi voglio.
E amo la mia botomobile scassatissima perché è stata una delle mie compagne
di vita (anche lei). Oltre che qualcosa di simile all'isoletta pensatoio
dell'imperatore Adriano.
E amo le mie compagne di vita in carne e ossa (le mie amiche), per tutti i
discorsi (i lunghi discorsi) che abbiamo fatto crescendo. Per le discussioni e i
confronti (anche aspri) che abbiamo avuto e l'eterna solidarietà mostrata nei
momenti difficili.
Soprattutto le amo (e le ho scelte) perché sono tutte, ognuna a modo suo,
delle combattenti, che in un mondo conformista, in cui l'unica scelta è tra un
conformismo e l'altro, hanno voluto essere individui con una visione non solo
critica ma personale delle cose.
E se c'è voluto una minchia di telefim per farci capire che avevamo ognuna
diritto alle sue scarpe (quelle in cui ci si sente bene), chi se ne frega...
Il conto alla rovescia è iniziato: tra circa un mese esce il film.
Prenderò la mia botomobile, caricherò in macchina i miei tesori e sarà una
giornata spettacolare.
* dal momento che voglio bene alle mie amiche ho intenzione di tutelare
il loro giusto diritto alla privacy e usare degli pseudonimi.
4月24日 Exit Polls14 aprile, ore 14,50: sono pronta.
Mi sono collegata alla diretta internet in tempo, quando il sito non è ancora intasato. La televisione è accesa.
Alle 15,00 in punto si parte con gli exit polls. Ho sempre amato quel particolare momento delle giornate elettorali: le emozioni e la ragione sono attive contemporaneamente e al massimo delle loro possibilità. Faccio zapping, osservo dati, seguo aggiornamenti e commenti. E' un'attività frenetica, quasi schizofrenica, che va avanti fin quando la concretezza dei numeri dipana, come un sedativo, la nebulosa celebrale.
Eppure un paio di parole, continuano agirarmi per la testa " la tendenza che viene fuori dagli exit polls...", "se i dati confermano gli exit polls mi pare che la tendenza sia..." "Exit poll", "exit poll", "exit poll". Perché? Da cittadina, credevo che tornare a votare dopo soli due anni volta, fosse comunque un fallimento.
Soprattutto, come molti, mantengo fortissime riserve su tutta la cosiddetta "classe dirigente" italiana. Non sono andata alle urne particolarmente entusiasta. Ma ci sono andata. E quando sono uscita dal seggio ero contenta, inaspettatamente contenta. Sentivo di aver fatto comunque il mio
dovere e mi rendevo conto che nonostante tutto, per me, le elezioni, i cittadini in fila, il rituale della democrazia, sia una bella cosa.
Ma quel mantra "exit polls, exit polls, exit polls..." doveva pur voler dire qualcosa. Conosco poco Freud, ma evidentemente qualcosa deveva avermi colpito. Cosa sono quelle parole per me?
Conosco la traduzione dall'inglese.
Ma forse la soluzione sta nell'associazione mentale, nell'assonanza. E allora la domanda è non "cosa", ma "chi" sono i polls? Sono stata educata da due genitori e da una folta schiera di insegnanti che mi hanno insegnato il senso civico.
Ne vado fiera. Scelgo per convinzione e non per convenienza. Anche di questo vado fiera. Ho sempre creduto che le cose si cambiano partecipando. Per questo, forse, mi sento una "polls", una polla! Sono uscita di casa per ratificare decisioni non mie. Continuo ad avere (per ragioni diverse) scarsa opione di più o meno tutti e soprattutto mi sono convinta, negli ultimi anni, che la politica non cambia (e non può cambiare) la società: la rappresenta e basta. E io, in questo paese, in questa civiltà, non mi riconosco (al massimo so di essere una minoranza). E allora mi dico: EXIT, POLLS! De pudicitia (dal vecchio blog)Credo di essere una donna pudica.
Sebbene della pudicizia abbia un concetto del tutto particolare.
Ho usato il topless una volta, in luogo sperduto, dove nessuno mi conosceva.
Non mi sentivo né nuda, né desiderata o desiderabile, mi sentivo libera e
indifferente, quasi invisibile.
Esponevo il mio corpo al sole perché evaporasse. Se anche sguardi audaci si
fossero posati su di me, non credo che me sarei accorta. Di fatto, non me
ne sono accorta.
Alle volte mi sorprendo ballerina disinibita, ma in quei momenti non ho la
sensazione di essere osservata. Sono solo convinta di essere chiusa nella
mia stanza: ballo come ballo quando non mi vede nessuno.
Credo di aver sviluppato una forma del tutto personale di autismo: la
sindrome di Piskarev (mi piace chiamarla così in onore di un sublime
personaggio inventato da Gogol ne la “Prospettiva Nevskij”).
Quello che non riesco a esporre sono le mie emozioni.
Le considero il bene più prezioso che ho. Non posso sciuparlo,
esporlo alla cattiveria e alla superficialità, che può essere ancora più
feroce.
Credo sia più rischioso mettere a nudo le proprie emozioni che la propria
carne.
È rischioso. Per questo non riesco a condividerle se non con un ristretto
numero di persone e mai con nessuno completamente.
Distribuisco le confessioni, come l’acuto agente di finanza distribuisce il rischio.
Gli investimenti vanno pur fatti, dice l'economista, se si vuol diventare
ricchi, bisogna avere il coraggio di rischiare.
Il mio singolare modo di concepire la pudicizia, ha dunque come fondamento un
principio di scienza economica, non esistenziale.
Devo essere davvero stronza, oltre che pudìca.
Il Drammaticamente Bello (dal vecchio blog)Il drammaticamente bello, è drammaticamente bello. Il drammaticamente bello è bello perché non è bello: è affascinate, rassicurante. Per questo è sensuale e attraente. Il drammaticamente bello non giudica. Osserva Il drammaticamento bello non conosce arroganza, nè proterbia. Non impone la sua opinione. Il drammaticamente bello sa, sa chi è prima che lo sappiano gli altri. Il drammaticamente bello, non ti vizia. Insegna la necessità della leggerezza. Il drammaticamente bello, ti seduce e non ti conduce e senza dire, dice: "Tu, verrai da me". Il drammaticamente bello, ha già deciso tutto. Il drammaticamente bello, indossa sciarpe di seta. Il drammaticamente bello, beve vino. Il drammaticamente bello funa solo buon tabbacco. Il drammaticamente bello assapora. "Si distingue", non "si" distingue. Il drammaticamente bello, è drammaticamente bello. Il dramma è che mi lascia la pace e non mi lascia parole. Incipit (dal vecchio blog)Gli incipit sono fondamentali, nella scrittura come nella vita.
lo so, l’ho sempre saputo.
Dunque ho meditato a lungo: cosa scrivere, e come, in questo
primo intervento?
Avrei potuto scegliere l’opzione “biografia dell’autrice”, tentare di
apparire dolce, simpatica e carina elencando con dovizia di particolari
“tutte le cose belle che mi piace tanto fare”.
Avrei potuto optare per il cliché di segno opposto: urlare al mondo
infelicità e disprezzo per gli esseri umani.
Ho deciso, di risparmiarvi questa tortura.
In fine ci si può dirigere lungo il sentiero fin troppo battuto, della
“bella poesia d’amore” o “citazione celebre".
Ma a me piace, se non deludere le aspettative altrui, quantomeno
ignorarle.
Cosa mi resta? Tutto il resto: l’universo sconfinato delle opzioni possibili.
Mi sento eccitata, come sempre, a suo cospetto. E da donna
viziosa, quale sono, mi concedo piacevolmente ad esso.
Nuove idee si insidiano, ipertrofiche, nella mia mente: immagini, pensieri,
giochi di parole, story boards e favolosi incipit. Per non parlare delle
battute: acide, accattivanti, provocatorie.
Mi piacciono tutte, nei cinque minuti in cui mi piacciono. E non riesco
a scegliere.
Mi stuzzica l’idea di stuzzicare il mio cervello nella costruzione intellettuale
di qualunque cosa. Immaginarne infinite variabili, per poi scovarne i punti
deboli e invalidarle, una per una.
Sono fatta così: mi appassionano le tesi e le antitesi, della sintesi non me
ne importa nulla.
Sono talmente fatta così, da non aver ancora capito se sono una masochista
o una narcisista interessata esclusivamente al rapporto con se stessa.
Perché, confesso, alle volte l’ho pensato: sono l’unica persona che conosco
con cui mi piace davvero parlare.
Sono talmente fatta così da essermi chiesta un giorno, se tutta questa fissazione
sull’importanza di incipit e story boards, non fosse solo un scusa per poter
continuare a pensare a mille libri (o mille vite), senza scriverne nessuno (o
viverne nessuna).
Eppure qualcosa deve essere cambiata, se sono qui, a fissare su web imperiture e
inutili parole seguite da altre parole.
Forse ho esaurito le domande da porre al mio ES.
Forse, negli ultimi tempi, il mio cervello è entrato in sciopero o l’ho messo in cassa
integrazione.
Forse, più semplicemente, ho scoperto che il modo migliore per mettere in crisi le
mie teorie era iniziare a scrivere qualcosa.
Il problema era trovare un incipit.
CAMBIAMENTIQualche giorno fa, qualcuno, ha rubato la mia borsa.
Una favolosa borsa nera, resa ancor più favolosa dall'essere entrata
in mio possesso grazie a una maxi svendita.
Ovviamente, buona parte della mia vita pubblica e privata giaceva lì dentro.
E a proposito di maxi svendite... mi hanno fregato anche un porta trucchi
con i pezzi migliori della mia collezione, raggranellati anch'essi, in mesi di
appostamenti alle più incredibili offerte della città.
Valore di mercato: 45 euro circa. Valore per la giovane Cortese, regina dei
saldi, 17 euro e 50.
L'aspetto più fastidioso della vicenda, almeno per quanto mi riguarda, è
stato adempiere a tutte le faccende burocratiche che una situazione del
genere comporta: fare la denuncia, bloccare bancomat, scheda del telefono,
rifare i documenti ecc...
Non oso lamentarmi del resto. Soprattutto perché ho la fortuna di avere un
fratello molto - forse troppo - generoso.
Tuttavia, c'era, e c'è, di che arrabbiarsi.
Ho scelto di non farlo e di approfittare della situazione.
Non amo particolarmente i cambiamenti. Anzi, li detesto. Ma l'unica cosa al
mondo che odio davvero sono i rami secchi. Le scorie inutili.
Mi è capitato più volte di assistere allo sconcerto che alcune mie scelte
provocavano nelle persone a me più vicine.
Le giudicavano impulsive e inaspettate.
In verità, non credo di aver mai preso una decisione senza averla meditata
a lungo. Il problema è che l'elaborazione dei dati, è una cosa che tengo
per me. Ma quando il risultato arriva non torno indietro. Mai.
Non che me ne vanti particolarmente. Solo, è così.
E per dirla tutta, non mi sono mai pentita.
Così questa volta, visto che qualcuno ha avuto la brillante idea di fottxxxx
(tra l'altro) i documenti e il cellulare, ho deciso di assecondare il flusso e
mi sono liberata (per mia scelta e non per volontà altrui) di un paio di cose
che non avevano più senso di esistere.
Prima fra tutte del mio - a questo punto "vecchio" - numero di cellulare
che, incredibilmente, non avevo mai imparato a memoria. Forse perché me
l'avevano regalata, ma quella scheda, ha sempre avuto un sapore provvisorio
ed estraneo.
Ho cambiato anche indirizzo e.mail: "tony cortese"... vaffxxxxxx!
L'ho mantenuto in vita per comodità, ma lo detestavo.
Mi ricorda un'altra vita. Una in cui non avrei mai parlato di trucchi
perché non mi sapevo neanche mettere la matita.
Una vita in cui ero un cognome e non un essere umano.
Ma questa è un'altra storia... o scoria.
In ogni caso, ora che mi sono riappropriata del mio nome, oltre che del
mio cognome (al quale, peraltro, non ho mai rinunciato) sono felice.
Avendo un nuovo indirizzo e.mail, ho deciso di aprire anche un nuovo
space (in cui salverò alcuni contenuti del precedente, solo quelli che valgono
qualcosa, almeno per me) e di dargli un concept che sia più vicino a come
mi sento adesso.
Il vecchio space l'avevo abbandonato per mesi e mesi. Negli ultimi giorni, mi
era venuta voglia di riprenderlo e sentivo che quella cacchio di "tony" non
c'entrava una mazza (per usare un dolce e gentile eufemismo). Mi infastidiva.
Si dice che quando qualcosa cambia in una donna, va subito dal parrucchiere.
Credo di essere lontana da quella fase.
Ma so che arriverà giorno in cui mi farò rossa, almeno per un periodo. Un bel
rosso carota, alla Mila Azuki o Anne Shirley (Anna dai capelli rossi): Amo le
out-sider non le famme fatale rosso mogano alla Gilda.
Non so invece se mi farò mai tatuare l'unica cosa che mi piacerebbe davvero
farmi tatuare: una fenice, l'animale mitico, che rinasce dalle sue ceneri.
Ma non riesco a fare a meno di chiedermi che senso abbia tenersi tutta la vita
qualcosa il cui senso è il cambiamento; e per quanto elabori, non vengo a capo
del risultato. Almeno per il momento.
P.S. (rassicurante e solo per quelle - poche - persone a cui posso non dire
"perché voi non potete capire")
Vero è che EVERITHING CHANGES, BUT YOU!
ed è un tatuaggio interiore.
In onore del 24 aprile 95, il più bello della mia vita.
|
|
|